NEXT GENERATION ITALIA: LA BOZZA DEL
PIANO NAZIONALE DI RIPRESA E RESILIENZA
Il 6 Dicembre u.s. è stato presentato in bozza al Consiglio dei ministri il Piano di ripresa e resilienza (Pnrr), 125 pagine in cui si specifica come l’Italia intende spendere i 209 miliardi di euro che saranno messi a disposizione dal Next Generation-EU (NG-EU) nei prossimi sei anni ( 2021-2027)
Nel settembre scorso il Governo aveva già emanato le Linee guida per la definizione del piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR), in risposta alla proposta del Consiglio Europeo del 21 luglio 2020, Next Generation EU. Di quel documento, dei relativi progetti redatti dal Ministero dell’Istruzione, ADi aveva scritto sul proprio sito nel documento dal titolo “ La scuola e il Next Generation EU. Le linee guida, i progetti MI, le proposte ADi.
Il piano attuale, una volta approvato dal Consiglio dei ministri, verrà presentato in Parlamento e poi formalmente in Europa, dove approderà entro la fine di aprile 2021. Sarà la Commissione Europea a valutare i singoli progetti e ad approvarli o meno .
Il Piano è articolato in sei “missioni”, ciascuna suddivisa al proprio interno. La suddivisione, in parte indicata dall’Unione Europea, prevede i seguenti finanziamenti per ciascuna missione:
- Digitalizzazione, 49 miliardi
- Transizione ecologica, 74 miliardi
- Mobilità sostenibile, 28 miliardi,
- Istruzione e ricerca, 19 miliardi
- Parità di genere e coesione sociale e territoriale, 17 miliardi
- Sanità, solo 9 miliardi.
Una parte rilevante delle risorse dovranno essere spese entro il 2023; tutti i progetti dovranno essere approvati entro quell’anno e tutte le risorse spese entro il 2026.
Ora il Piano richiede l’approvazione di numerose riforme legislative che dovrebbero accompagnare l’uso delle risorse e renderlo efficace.
Vediamo cosa si dice della missione “Istruzione e Ricerca”
LA MISSIONE ISTRUZIONE E RICERCA
Due componenti
La missione Istruzione e Ricerca si concretizza in 2 linee di azione per quanto riguarda gli investimenti:
- Potenziamento della didattica e diritto allo studio
- Dalla ricerca all’impresa
Riforme a sostegno
Queste due componenti o linee di azione saranno accompagnate da una serie di riforme volte a rimuovere i possibili ostacoli alla efficiente attuazione delle varie iniziative di investimento. Tali riforme saranno articolate nelle seguenti linee guida fondamentali:
- Riforma del sistema di selezione del personale scolastico, integrato con periodi di formazione e di prova
- Introduzione di moduli di formazione continua di dirigenti, docenti e personale ATA (life-long learning), con sistema di crediti e obbligatorietà della frequenza.
- Potenziamento dell’offerta formativa, in particolare in discipline abilitanti 4.0, e correlate alla vocazione produttiva del territorio di riferimento.
- Introduzione di moduli di orientamento nelle scuole secondarie di secondo grado
- Innovazione dell’istruzione universitaria (+ altre voci di riforma per l’università)
Obiettivi della 1^ componente
La 1^ componente, “ Potenziamento della didattica e diritto allo studio”, ha come obiettivo generale quello di migliorare i risultati e i rendimenti del sistema scolastico e di quello universitario, in particolare si prefigge di:
- ridurre le disparità territoriali e di genere,
- rafforzare le competenze digitali del personale scolastico e degli studenti e aumentare le loro conoscenze linguistiche e la diffusione delle discipline STEM
- ridurre il tasso di abbandono scolastico (14,5% nel 2018 rispetto alla media UE del 10,6%),
- aumentare la percentuale di popolazione di età compresa tra i 25 e i 34 anni in possesso di un titolo di studio di livello terziario (28% rispetto al 44% di media nei paesi dell’OCSE).
Tre Linee di azione
Per realizzare tali obiettivi, oltre alle iniziative di riforma sopra citate, sono previste tre linee d’azione, con rispettivi investimenti riforme. Esse sono:
- Accesso all’istruzione e contrasto ai divari territoriali: il potenziamento delle competenze di base nella scuola secondaria di I e II grado; contrasto alla dispersione scolastica attraverso la promozione del successo formativo e l’inclusione sociale.
- Potenziamento della didattica e STEM: i progetti previsti in questa linea di azione mirano, inoltre, ad ampliare i curricula degli studenti (!), attraverso un rafforzamento dell’apprendimento di discipline linguistiche, STEM e di competenze digitali.
- Ricerca e istruzione professionalizzante, ITS: prevede di potenziare gli investimenti pubblici nella formazione terziaria e nella ricerca universitaria, con il rilancio degli Istituti Tecnici Superiori (ITS)
QUALCHE SUGGESTIONE DI ADI
Non abbiamo la pretesa di presentare all’istante dei progetti, solo qualche suggestione, avendo in mente alcune priorità, che sono:
- Un nuovo stato giuridico del personale docente e dirigente
- Il rilancio dell’istruzione tecnica e professionale, secondaria e terziaria, con particolare riferimento al Sud;
- Scuole belle, aperte alla comunità, nelle periferie più brutte
1. UN NUOVO STATUTO DELLA DOCENZA E DIRIGENZA
E’ dalla seconda metà del secolo scorso che gli studi sull’educazione hanno evidenziato l’importanza di investire sugli insegnanti e sui dirigenti scolastici per ottenere dei cambiamenti significativi nell’apprendimento degli studenti. Le strade più interessanti si fondano sulla professionalizzazione della docenza e della dirigenza, sulla valorizzazione del loro capitale professionale.
Questo comporta che si intervenga su più piani, non solo su quello contrattuale.
Per i docenti si impone un nuovo statuto giuridico, che ricollochi in un quadro normativo unitario tutte le questioni che attengono a questa professione, dalla formazione iniziale al reclutamento, dalla formazione in servizio alla valutazione e allo sviluppo di carriera ecc.. Non una gabbia normativa, ma un quadro nazionale che lungi dal regolare gli insegnanti come impiegati dello Stato (non lo sono più con il varo del Titolo V) abbia nuovi punti di riferimento nelle scuole autonome, nelle Regioni, nell’Unione Europea, e sappia valorizzare l’autonomia del corpo professionale.
Uno degli aspetti non più dilazionabili e che richiede, per l’appunto, una regolazione per legge, entro un nuovo statuto giuridico, è la costruzione di una leadership intermedia .
Su questo ADI ha svolto numerosi studi, che ne hanno definito gli standard professionali, le diverse tipologie, la formazione e le modalità di accesso.
Parimenti va ridefinito uno statuto della dirigenza scolastica che riconsegni ai dirigenti la funzione prioritaria di leader educativi in una visione di leadership sostenibile e di sistema.
Considerato che lo stesso Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) afferma la necessità di riforme perchè le varie linee di azione possano essere efficaci, ADI ritiene che lo Statuto giuridico di docenti e dirigenti scolastici rappresenti una riforma indilazionabile
2. PROGETTO PILOTA SU ISTRUZIONE TECNICA E PROFESSIONALE, CON ATTENZIONE AL SUD
Cambiare strategia
“Il nostro Paese ha bisogno di un forte rilancio dell’istruzione tecnica. Oggi siamo di fronte ad un vero e proprio dramma: i nostri Istituti tecnici, che hanno formato la classe di lavoratori e dirigenti dando certamente un forte impulso al nostro sistema industriale vivono una profonda crisi.” Parole di Romano Prodi ripetute in forme e occasioni diverse un numero infinito di volte.
L’istruzione tecnica e professionale nel nostro Paese ha progressivamente perso la propria carica propulsiva, fatta di legami proficui con le imprese e il mondo del lavoro, di apprendimento laboratoriale, di un’orgogliosa cultura dell’operatività, del progetto e del lavoro. La sfida è rilanciare, rinnovandole, quelle caratteristiche in un mondo che vede un mismatch dilagante proprio nei profili tecnico-scientifici, un abbandono scolastico in ripresa, in primis negli istituti professionali, e un tasso di disoccupazione giovanile che è tornato a superare il 30%.
Per quanto riguarda gli istituti professionali si tratta di superare i danni prodotti dalla legge 40/2007 che li ha di fatto soppressi, omologandoli agli Istituti Tecnici, con la perdita della possibilità di impartire autonomamente le qualifiche. La soluzione più idonea è stata quella praticata a Trento, con il passaggio da un lato di alcuni istituti professionali ad Istituti tecnici veri e propri e dall’altro operando l’unificazione con la formazione professionale. Molti tentativi si sono susseguiti per mitigare il danno della legge 40/2007 e ridare identità agli Istituti Professionali, si pensi al recente Decreto Legislativo 61 del 13 aprile 2017 – Revisione dei percorsi dell’istruzione professionale; ma sono rimaste soluzioni di ripiego che non intaccano nel profondo la situazione ibrida di tali istituti. Occorre cambiare passo.
Progetti pilota con un’attenzione al sud
Ridare slancio e autorevolezza all’istruzione tecnica e professionale non significa un nostalgico ritorno all’antico. Occorre cambiare la visione delle loro finalità.
Pensiamo a un rilancio con lo sguardo al mondo del 5G, della green economia, dell’economia circolare e dello sviluppo sostenibile.
Pensiamo a una formazione che punta a competenze di imprenditorialità e a competenze di leadership, che sa unire head, heart, hands, un apprendimento intellettuale rigoroso, un forte coinvolgimento sociale ed emozionale, costanti capacità applicative, in cui c’è ampio spazio anche per la manualità.
Pensiamo a una ridefinizione profonda dei curricoli con il superamento della bulimia delle discipline e dei loro contenuti, con ampi spazi all’attività laboratoriale e all’alternanza scuola lavoro, inserita da subito nel piano di studi con propri tempi che non interferiscono con quelli delle altre discipline.
Pensiamo ad istituti che sanno instaurare un legame profondo e di scambio con il proprio territorio, ma che hanno come confine il mondo intero.
Progetti che guardano soprattutto al Sud, dove chi oggi va alla scuola secondaria superiore preferisce di gran lunga i percorsi liceali rispetto a quelli tecnici e professionali, e dove la formazione professionale è praticamente assente.
Il modello che stiamo prefigurando prepara sia al lavoro che all’Università, ma vorremmo che avesse anche un particolare legame con gli Istituti Tecnici Superiori, che tuttavia continuano a non decollare e rimangono i grandi assenti del sistema d’istruzione in Italia.
E’ evidente che il modello da noi prefigurato comporta una vera trasformazione di tutta l’organizzazione, della gestione dei curricoli, del personale, degli spazi e dei tempi e delle risorse finanziarie. Per questo pensiamo a Istituti tecnici e professionali ad autonomia speciale, un’autonomia che ADI ha definito in un apposito disegno di legge.
Istituti scolastici ad autonomia speciale, ISAS
ADI, dopo un lungo percorso di analisi ed elaborazione è approdata alla proposta di legge di Istituti Scolastici ad Autonomia Speciale, ISAS, nella consapevolezza sia delle difficoltà storiche di avviare riforme complessive sia dell’esigenza non più prorogabile di sperimentare modelli organizzativi che facciano uscire le migliori volontà dalle pastoie in cui costantemente si arenano.
La proposta di legge non propone una rivoluzione, ma piuttosto integra e arricchisce l’attuale sistema di istruzione: un Istituto “diversamente pubblico”, che si affianca ai modelli vigenti, un Istituto Scolastico ad Autonomia Speciale che si propone come una manifestazione di vitalità del sistema e di realizzazione di autentica autonomia.
L’istituto scolastico che è stato delineato è ad autonomia speciale perché:
- il suo Consiglio di Istituto assume le caratteristiche di Consiglio di Amministrazione,
- gode di massima libertà nella costruzione del curricolo,
- gestisce un budget, compreso quello per il personale, senza vincoli di destinazione, calcolato sul costo medio dello studente,
- pratica l’ assunzione diretta del personale,
- assegna ai docenti un orario di servizio onnicomprensivo di 30 ore settimanali (insegnamento e attività funzionali all’insegnamento),
- prevede una pluralità di figure docenti,
- articola in modo più funzionale profili e competenze del personale ATA,
- si dà un’organizzazione tecnica articolata funzionale al progetto e ridistribuisce le funzioni del collegio ad organismi competenti.
Così la volontà di innovare e migliorare trova un terreno fertile su cui crescere.
3. PROGETTO PILOTA NELLE PERIFERIE: DA 0 A 14 ANNI, SCUOLE BELLE APERTE ALLA COMUNITA’
La terza proposta è rivolta alla fascia di età 0-14 anni, comprendente il sistema integrato 0-6 e il primo ciclo di istruzione, in scuole situate in periferie degradate.
Scuole belle nelle periferie più brutte, da 0 a 14 anni
Un antico proverbio africano dice “Ci vuole un villaggio per crescere un bambino”. Noi potremmo dire “Ci vuole una comunità per far crescere una scuola” e di converso “Ci vuole una scuola per far crescere una comunità”. Queste affermazioni sono tanto più vere quando ci riferiamo alle nostre periferie, a quelle degradate, brutte, dove non c’è capitale sociale e dove i vincoli sono a volte delittuosi. E’ qui che proviamo a immaginare istituti scolastici ed educativi che comprendono il segmento 0-6 anni fino alla fine del 1° ciclo. E’ nelle nostre periferie più brutte, che vogliamo far crescere le scuole più belle, non cattedrali nel deserto, ma istituti con un profondo legame con la propria comunità in un’ottica rivolta al mondo intero e al suo sviluppo sostenibile.
Scuole belle dal punto di vista architettonico, belle per i legami solidi e positivi che sanno creare dentro la scuola e con la comunità, belle per come si apprende, belle per ciò che si apprende.
Scuole dove la crescita di relazioni di fiducia sono la vera strategia per riuscire a impegnare gli alunni, a coinvolgere i genitori, le famiglie e tutta la comunità.
Scuole dove gli alunni espongono loro stessi ai genitori e agli amici i risultati raggiunti, con “esibizioni” del loro studio e del loro lavoro.
Scuole dove sono presenti tutti i servizi necessari, dall’assistenza medica a quella sociale.
Scuole dove è garantita la mensa, la biblioteca aperta alla comunità, dove ci si può trovare per letture a voce alta.
Scuole dove il digitale è familiare come l’uso della matita.
Scuole dove c’è il campo da calcio in cui i figli sfidano i padri, dove c’è lo spazio per il coro della scuola e la banda, dove c’è il teatro.
Scuole dove gli alunni sono coinvolti in attività utili verso la propria comunità e il proprio territorio.
Scuole dove l’apprendimento sociale ed emozionale è altrettanto importante di quello cognitivo, perché ne è la premessa.
Scuole dove l’apprendere è rigoroso, ma insieme appassionante, perché avviene con “la testa, il cuore e le mani”.
Non è impresa facile, ma va assolutamente tentata con progetti pilota che superino tutte le strettoie attuali, dove chi dirige la scuola e il personale tutto siano scelti secondo criteri che esulano da vincoli di graduatorie, dove l’autonomia ha un valore autentico insieme alla costante valutazione di ciò che si fa e dei risultati raggiunti: Istituti Scolastici ad Autonomia Speciale, ISAS, di cui si è detto prima a conclusione del 1° progetto pilota ADi.
COMMENTO ADi SU MISSIONE
ISTRUZIONE E RICERCA
Ci troviamo ancora una volta di fronte a un elenco random dei mali che affliggono la scuola italiana. Manca una rigorosa analisi delle cause che determinano questi fallimenti e una conseguente coerente elaborazione di condizioni alternative che permettano alle proposte e alle idee di essere implementate. In ultima analisi manca la visione e con essa le priorità.
Si ripropone ad esempio la riforma del sistema di selezione del personale scolastico, in particolare dei docenti, prescindendo dalle ragioni dei fallimenti dei numerosi tentativi di questi anni, e senza affrontare la questione nodale della decentralizzazione del reclutamento. Finchè l’amministrazione e gestione dei concorsi sarà mantenuta a livello ministeriale, né il precariato né l’esigenza di una selezione qualitativa troveranno soluzione.
Stupisce anche la persistente assenza di un’ altra indicazione prioritaria: la creazione di una leadership scolastica intermedia, ipotizzata fin dal 1997 con il varo dell’autonomia (Legge 59/97 art. 21 comma16) e oggi dimostratasi più che mai indispensabile.
Infine non ci sono solo lacune , ma anche impostazioni sbagliate, che già tanti danni hanno arrecato.
Ci si riferisce ad esempio alla proposta di “ampliare il curricolo”. Per innovare e adeguare i curricoli occorre “ridisegnarli” NON “procedere per aggiunte” . Siamo in presenza di curricoli bulimici e frammentati che sono una delle cause della dispersione. Come non rendersene conto? Senza citare i tanti interventi dell’ADi al riguardo, ricordiamo un recentissimo lavoro dell’OCSE, reso pubblico il 25 novembre 2020, Curriculum 2030 che esamina il Curriculum overload (Sovraccarico del curricolo) e un nuovo Curriculum Design, con lo scopo di superare curricoli pletorici, renderli equi, flessibili e autonomi, riprogettarli con un approccio ecosistemico e ispirato a valori.
L’ultima questione –cruciale – è che il Piano sarà attuato nel prossimo quinquennio, un periodo nel quale, con ogni probabilità, l’Italia cambierà 3 o 4 governi con orientamento politico diverso. Per questo, se non si vuole che tutto venga rimesso in discussione a ogni cambio politico, è necessario che questo Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) trovi il massimo consenso non solo tra le forze politiche, ma anche, nella società civile e tra le forze sociali.