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A RISCHIO IL RECLUTAMENTO DI INSEGNANTI PROFESSIONALMENTE PREPARATI

a cura di Giunio Luzzatto

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Per decenni il reclutamento degli insegnanti secondari è stato prevalentemente attuato mediante “Graduatorie” costituite da supplenti precari, nelle quali i punteggi premiavano soprattutto l’anzianità di servizio

Per decenni il reclutamento degli insegnanti secondari è stato prevalentemente attuato mediante “Graduatorie” costituite da supplenti precari, nelle quali i punteggi premiavano soprattutto l’anzianità di servizio: inevitabile perciò il dato, da tutti deprecato ma in tal modo favorito, circa l’età media elevata non solo dei docenti nel loro complesso, ma anche dei nuovi ingressi.

Il Decreto Legislativo 59 del 2017[1] ha stabilito invece che l’accesso avvenga esclusivamente per concorso: ad esso possono partecipare i laureati (anche neo-) che abbiano nel curricolo alcuni esami a carattere didattico. La principale innovazione consiste nel fatto che appena reclutati essi non vengono spediti in classe, e devono invece seguire un triennio di formazione: universitario (Corso di specializzazione) al 1° anno, sul campo (seguiti da insegnanti in servizio “esperti”) al 2° e 3°. Non ci sarebbero più, perciò. “abilitati” in attesa di impiego o precari (come avveniva finora, con SSIS o TFA). Ad oggi, molti laureati o laureandi (si parla di quasi 100.000!) hanno già acquisito nel 2017-18 i Crediti didattici universitari pre-concorso, mentre questo non è stato ancora bandito.

Il Ministro Bussetti, coerente con l’idea di “Governo del cambiamento”, ha deciso di cambiare, all’indietro. Ha annunciato che il triennio formativo non ci sarà: concorso, e poi sùbito in classe. Dall’annuncio non risulta se permarrebbe la clausola di qualche Credito a carattere didattico per potersi presentare; in ogni caso, tale parte del curricolo è limitatissima, sicché il concorso valuterà quasi esclusivamente le conoscenze disciplinari. La soppressione della fase formativa successiva al reclutamento costituisce un netto cambiamento all’indietro perché si torna al meccanismo voluto da Giovanni Gentile nel 1923: nessuna preparazione professionale per gli insegnanti, esclusivamente ”materia” (era però un sistema nel quale accedevano ai Licei solo i figli di chi aveva una biblioteca a casa!).

Nella società di oggi, con l’aumento della scolarità (pur insufficiente in Italia se ci si confronta a livello europeo) non occorrono davvero insegnanti che siano chiusi nel guscio della loro disciplina, non preparati alle tematiche relative alla gestione della classe e alle relazioni tra scuola e territorio circostante, e neppure a un rapporto costruttivo con i colleghi.

Preoccupa il fatto che l’annuncio del Ministro non abbia suscitato, finora, voci contrastanti: il mondo della scuola, e anche dell’università e della cultura, è rassegnato?

[1] Si tratta di un Decreto delegato previsto dalla Legge 107 del 2015 (“Buona Scuola”); la soluzione innovativa qui descritta non era nel testo governativo, ma è merito di un emendamento parlamentare dell’on. Manuela Ghizzoni.