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ADI – PRIMISSIME IMPRESSIONI A CALDO SUL DOCUMENTO “LA BUONA SCUOLA”

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Il giudizio complessivo, ad una prima lettura, è positivo: si affronta il problema della scuola italiana con una coraggiosa impostazione innovativa, senza timore di contestare luoghi comuni, stereotipi e zone di caccia riservate (come quelle tradizionalmente delegate dai politici al Sindacato). Ci sono comunque anche parecchi punti critici che ADI ha messo in rilievo. All’interno un primo giudizio complessivo.

Il giudizio complessivo, ad una prima lettura, è positivo:

–  Si affronta il problema della scuola italiana con un coraggiosa impostazione innovativa, senza timore di contestare luoghi comuni, stereotipi e zone di caccia riservate (come quelle tradizionalmente delegate dai politici al Sindacato). Per la prima volta da molti anni la politica si appropria delle sue prerogative costituzionali e si assume in pieno la responsabilità di decidere in merito a temi spesso scabrosi e fonte di conflitti paralizzanti.

–  Si chiude – almeno nelle intenzioni – il cinquantennale tormentone della graduatoria nazionale dei precari (oggi chiamata ad esaurimento), nell’intento lodevole di vincere una partita che tanti danni ha fatto alla scuola e alla stessa immagine degli insegnanti.

–  Si cerca di dare stabilità al corpo docente, tentando di frenare (“almeno tre anni”) una mobilità patologica, che impedisce a molte scuole di sviluppare una propria identità professionale e culturale (il cosiddetto “effetto istituto).

–  Si riafferma  con forza  il diritto del Governo e del Parlamento – della “politica” in sostanza – di riappropriarsi della definizione del nuovo stato giuridico dei docenti, a cominciare dal ridisegno dei criteri della carriera economica. Si decreta così la fine dell’esperienza fallimentare della contrattualizzazione del rapporto di lavoro avviata nel 1995.

–  Si definisce – anche se in maniera ancora troppo “modesta” – lo sviluppo professionale (il docente “mentor”), la carriera retributiva (non solo per anzianità) e la valutazione dei docenti attraverso un sistema di crediti didattici, formativi e professionali (introduzione del portfolio)

Non possiamo esimerci, però, dal sottolineare  diversi punti critici

br_rc2–  Non si affrontano temi scottanti ed urgenti come alcune necessarie modifiche dell’ordinamento, tra cui il  vero nodo da sciogliere rimane quello del superamento degli istituti professionali statali da collegare alla diffusione della formazione e istruzione professionale regionale. Nelle poche regioni dove la IeFP è attiva (oltre al Trentino Alto Adige), ha dimostrato di essere l’antidoto più efficace alla dispersione e alla disoccupazione giovanile e va pertanto integrata a pieno titolo, insieme all’apprendistato, nell’ordinamento scolastico italiano (come in tanti altri Paesi europei, non solo in Germania).

–  L’introduzione generalizzata degli stage degli allievi, impropriamente chiamata “sistema duale” alla tedesca, non ha nessun effetto sulla dispersione (soprattutto al Sud): bisogna avere il coraggio di introdurre stabilmente nell’istruzione tecnica e professionale una vera alternanza scuola – lavoro, con una revisione dei curricoli, degli organici e delle figure professionali.

–  Non si affrontano altri nodi pressanti degli ordinamenti, soprattutto per quanto riguarda la scuola secondaria di 1°grado, anello debolissimo di tutto l’ordinamento, ed anche la riduzione di un anno della scolarità da 13 a 12 anni (in termini di quadriennalizzazione dell’istruzione secondaria di 2° grado), per quanto non generalizzata.

–  Negativo il voler ancora una volta inserire nuove discipline (quasi tutte del curricolo cosiddetto “umanistico”: filosofia, storia dell’arte, musica, ecc.) in curricoli come quelli italiani che, come dimostrano le ricerche internazionali (PISA docet), sono i più estesi in senso temporale  ed anche i più carichi per numero di discipline. Nessun cenno alle discipline o attività opzionali, né ad un rafforzamento della cultura tecnica e scientifica in tutti gli ordini e gradi di scuola.

–  Nessuna decentralizzazione e poche novità in termini di autentica autonomia. Se può essere in parte comprensibile in questa fase un mantenimento  dei processi di riforma a livello centrale, senza diretto coinvolgimento delle Regioni, non si può però prescindere dall’assegnare, almeno ad una parte di Istituti, forme coraggiose di autonomia (Istituti autonomi a statuto speciale, come l’ADI li ha chiamati), senza la quale non spiccheranno il volo efficaci innovazioni.

–  E’ ignorato il ruolo dell’Amministrazione. L’implementazione (sulla quale sono cadute tutte le riforme del Dopoguerra) di questo ambizioso progetto di trasformazione non può essere affidato a questa Amministrazione. È necessario innovare profondamente non solo la struttura dell’Amministrazione centrale e periferica, ma soprattutto le competenze (oggi solo giuridiche) dei suoi dirigenti e gli organigrammi, tenendo conto degli ambiti ancora ampiamente inesplorati di autonomia delle scuole.

 Infine una preoccupazione di fondo

Riuscirà il Governo Renzi a portare a termine l’insieme della riforma senza ridurla al solo aspetto della massiccia immissione in ruolo del personale?

Noi ci auguriamo di sì.