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A SETTEMBRE SERVE UN ALTRO MODELLO DI SCUOLA

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Non si può confondere una situazione di emergenza con la normale funzione dell’istituzione, che è la capacità di interpretare il mutare dei bisogni educativi per rispondervi adeguatamente

di Franco Raimondo Barbabella, presidente ADi per l’Umbria

Introduzione. La scuola, una priorità.

La ripresa della scuola a settembre non potrà essere un ritorno a prima. Ci vuole un nuovo modello e la parola chiave è humanitas. Dobbiamo puntare ad un grande progetto di cambiamento, altrimenti verremo risucchiati nella ripetizione del già visto, che non è un bel vedere. O scuola per la società del sapere, delle competenze, dell’equità, della fiducia nei valori umani e della responsabilità civica, o il declino.

Ecco perché conviene attrezzarci da subito mentalmente e praticamente se vogliamo bene ai nostri giovani e aspiriamo a un futuro migliore. Davvero, non per fare esercizi vocali. Questo è il senso della riflessione che propongo e rivolgo agli amministratori pubblici, ai dirigenti e al personale della scuola, agli utenti, alle espressioni della cultura, alle forze politiche, sindacali e sociali.

Il documento pubblicato da ADi all’inizio di maggio con il titolo “La scuola una priorita’: soluzioni per la riapertura a settembre” si apre con un’affermazione che è di per sé un programma: “sarebbe davvero colpevole non affrontare da subito gli interventi necessari per una riapertura in sicurezza. La scuola diventi da subito una priorità nazionale”.

Priorità nazionale la scuola non lo è mai stata se non sporadicamente ed è questa una delle ragioni per cui il Paese è quel caleidoscopio di fragilità e arretratezze che sappiamo. Perciò non fare della scuola una priorità nemmeno in questa occasione, sarebbe come continuare un delitto. Sarà difficile, ma ci dobbiamo battere per questo obiettivo, che è del massimo interesse generale. D’altronde chi si occupa di educazione indica possibilità anche quando esse sembrano impossibili.

L’a-normalità dell’emergenza squaderna importanti problemi

Se ci si rende conto della funzione della scuola si deve mettere un primo punto fermo: non si può confondere una situazione di emergenza con la normale funzione dell’istituzione, che è la capacità di interpretare il mutare dei bisogni educativi per rispondervi adeguatamente. Così, se nell’emergenza il sistema scolastico per un verso ha rivelato una capacità di resilienza che molti non avrebbero nemmeno sospettato, avendo dato buona prova nel passaggio improvviso e rapido dalle lezioni in presenza alla didattica a distanza e allo smart working, per un altro ha portato alla luce carenze non di poco conto. Oltre a quelle strutturali di lungo periodo e note, anche altre per diverse ragioni non riconosciute. Ne vanno segnalate ameno due.

La prima è relativa alle competenze digitali degli studenti. Si sa che essere smanettoni o leoni da tastiera non vuol dire essere nella società digitale. Ma la didattica a distanza ha rivelato che una buona parte dei nostri giovani non sa fare buon uso del digitale, una carenza ulteriormente aggravata dall’inadeguatezza dei dispositivi tecnologici e degli ambienti di vita. Oltre alla carenza tecnica, colpisce la mancanza di consapevolezza della possibilità di vivere il digitale in modo critico e da protagonisti. Un danno evidente della didattica passivizzante.

La seconda è relativa alle competenze del personale. Se la maggior parte degli operatori scolastici se l’è cavata abbastanza bene e una parte consistente di dirigenti, docenti e personale amministrativo, ha saputo utilizzare le eccellenti competenze che già aveva acquisito per esperienza e capacità personali, una parte degli operatori, variabile in quantità e dislocazione, non è stata e continuerà a non essere all’altezza dei cambiamenti indotti dall’emergenza, ciò che non si può far diventare normalità. Qui colpisce il tentativo, diciamo di più di uno, di tradurre in digitale un’antiquata didattica trasmissiva con tanto di preoccupazione di prove sommative se non inquisitorie poco ci manca. Anche questo un danno evidente di una scuola ripiegata su se stessa.

Perciò ci sarà bisogno non della vecchia ma di una nuova normalità

Una riflessione senza pregiudizi ci potrà dare indicazioni su quale direzione seguire. Indico subito però quella che a me pare già ora evidente, la ricerca di una nuova normalità. Ecco perché.

  1. Non sarà uno scherzo, né per i singoli né per le istituzioni scolastiche convertirsi alla cultura digitale e assumere come proprie le sfide del passaggio ad una nuova fase dell’organizzazione del sistema sociale e produttivo.
  2. Non si potrà evitare di ricorrere ad un piano straordinario di formazione del personale, che sotto la responsabilità dei dirigenti scolastici dovrà puntare alle condizioni di ripartenza e dovrà però ben di più avere l’occhio allungato sul futuro.
  3. Soprattutto non si potranno confondere le acque giocando sul concetto di normalità come da qualche parte si incomincia a fare mutuandolo da altri settori, dove c’è solo voglia di ripartenza purchessia. La scuola non può essere anche questa volta una pura riproduzione di se stessa. Perciò non sarà possibile tornare alla normalità di prima, che non era per nulla soddisfacente, caratterizzata com’era da arretratezze culturali, organizzative, tecnologiche e logiche.
  4. Ma la nuova normalità non può essere nemmeno l’a-normalità dell’emergenza. Per due ragioni: a) l’incidenza sui diritti del cittadino delle disuguaglianze culturali e sociali; b) l’incidenza sulla crescita intellettuale, sull’equilibrio di personalità e sugli orientamenti civili, di periodi lunghi di isolamento sociale, spesso all’interno di contesti poveri di stimoli, quando non inadatti o addirittura dannosi.

Dunque c’è bisogno di una nuova normalità, tutta da costruire. Dando per chiuso di fatto l’anno scolastico ancora in corso, e stendendoci sopra il velo pietoso della dimenticanza di una società che rimanda sempre a domani quello che potrebbe e dovrebbe fare oggi, guardiamo da adesso, da subito, al domani, se possibile senza il tifo e il chiacchiericcio che caratterizzano troppo spesso il confronto pubblico. E proviamo a vedere che cosa questo vuol dire nella pratica.

La ripartenza in sei punti

Tratto in modo sintetico sei punti, tenendo presente il documento ADi richiamato all’inizio, uno studio del Politecnico di Torino, proposte di riflessione su riviste e giornali e la conoscenza diretta di diverse realtà effettuali, insomma un piccolo patrimonio fatto di ragionamenti e di esperienze. Tengo presenti, è ovvio, anche i documenti del governo nazionale e la risoluzione approvata pochi giorni fa all’unanimità dal Consiglio regionale dell’Umbria su proposta del consigliere Andrea Fora.

Mi permetto anche per questo di fare un appello alla politica, più precisamente ai decisori istituzionali, perché non si ceda alla tentazione di delegare a schiere di tecnici esterni alla scuola, magari validi ma spesso ignari di ciò che scuola significa nella sua essenza, le decisioni sul che fare. Vanno invece interpellati e coinvolti gli operatori del territorio e soprattutto i dirigenti scolastici.

  1. Assicurare ai futuri cittadini, a tutti, il diritto all’istruzione e alla formazione intellettuale, professionale e civica.

Lo si può fare in sicurezza, ma vanno fatte scelte frutto di conoscenza e di capacità innovativa. Lo si può fare per tutti, passando dall’organizzazione spontanea a quella gestita con lungimiranza e competenza. I bambini e i ragazzi devono tornare a scuola, quella della fisicità degli edifici e delle relazioni umane. Dopo questo lungo isolamento bambini e ragazzi hanno bisogno di regolarità di frequenza e di riscoprire la vita sociale con i compagni. L’idea della ministra Azzolina e di altri di organizzare la didattica per i ragazzi della secondaria di secondo grado in modalità mista, tre giorni in presenza e tre giorni a distanza, è inaccettabile. È invece indispensabile che tutti, i bambini insieme e i ragazzi anche con doppi turni in alternanza di giorni o meglio di settimane, tornino a vivere l’esperienza dell’apprendimento in presenza. Come cittadini si cresce così.

  1. Liberare le scuole dai vincoli che rendono la programmazione, le decisioni e le azioni, incerte e problematiche

Bisognerà modificare molte cose nell’organizzazione e nell’erogazione della didattica: più elasticità di orario, modifica degli organici, dei regolamenti e delle prassi vigenti. Ci vorranno dunque norme quadro inequivoche, provvedimenti tempestivi e coerenti, e coraggio di riforme vere sfidando incrostazioni culturali e resistenze conservatrici. Un compito del governo e del MI. Su tre aspetti bisogna essere particolarmente chiari: 1. I curricoli vanno rimodulati, riducendo, snellendo e distinguendo la funzione delle materie, anche con aree opzionali; 2. l’orario di servizio, se non si vuole onnicomprensivo, dovrà essere reso almeno flessibile: ad esempio, per rendere possibili i doppi turni su 5 giorni si può benissimo adottare in modo generalizzato nella secondaria, come in molti Paesi, l’ora di 45’; 3. vanno tolte di mezzo le molte assurdità che si trascinano per pigrizie e interessi vari; ad esempio, oltre  alla responsabilità della scuola nei confronti del minore, è venuto il tempo di chiarire in modo inequivoco le responsabilità effettive dei dirigenti scolastici con un protocollo che affronti questioni da troppo tempo accantonate come il significato di assimilare il ds al datore di lavoro.

  1. Riorganizzare gli spazi, gli orari, i trasporti. Un’occasione per fare manutenzione per una didattica trasformativa.

Ai compiti del governo devono affiancarsi in modo integrato i compiti delle scuole e quelli degli enti locali, province e comuni, e in un ruolo di riprogettazione della rete scolastica nei territori anche quello delle regioni. Il distanziamento comporterà la riorganizzazione degli spazi esistenti e magari la ricerca di spazi nuovi da adattare alla funzione didattica. Cambieranno perciò, come s’è detto, calendario e orari, e con ciò l’organizzazione del lavoro e delle attività didattiche. Bisognerà riorganizzare i trasporti e gli altri servizi. Per gli enti locali è un test importante. Si abbia allora il coraggio e la determinazione di fare un progetto di trasformazione organica che, seppure in modo graduale, guardi da subito ad un nuovo modello di scuola. La manutenzione va vista ormai non come qualcosa che si può rinviare fino alla prossima emergenza, ma come occasione preziosa di modernizzazione strutturale in funzione di una didattica trasformativa. Si deve avere il coraggio di abbandonare gli edifici ormai inadatti, di modernizzare quelli adattabili ed eventualmente di costruirne di nuovi. Vecchi discorsi di nostalgie del presunto bel tempo che fu non sono più solo incompatibili con le esigenze del tempo nuovo ma sono un danno per i giovani e per la società. Le classi dirigenti locali, questa è la verità che va detta, sono ad una prova decisiva.

  1. Riprogettare i curricoli e la didattica

Ripeto, la ripartenza di settembre non potrà essere in alcun modo la ripresa delle modalità organizzative e didattiche interrotte a febbraio. Accadrà quanto già accennato sopra, ma c’è di più, bisognerà entrare in un’ottica di cambiamento progressivo e continuo. Bisognerà interrompere, come s’è detto, con gradualità quanto si vuole ma anche con coraggio e molta determinazione, la bulimia dei curricoli. Perché appare ormai evidente che l’attuale enorme quantità di nozioni, che si pretende di trasmettere e di far diventare competenze e abilità con un’organizzazione rigida come quella in vigore, non può reggere all’impatto con la riparametrazione delle competenze che si affacciano con prepotenza sulla scena del mondo.

  1. Fare posto alle nuove competenze dell’era digitale e globale

È stato detto e scritto appunto in giro per il mondo da scienziati ed esperti in diversi campi che, oltre a un modo nuovo, c’è anche qualcosa di nuovo da insegnare e da imparare. Il documento ADi lo riassume così: “La situazione attuale offre anche una grande opportunità per insegnare qualcosa di diverso: 1. le competenze globali e 2. le competenze digitali”. Secondo il prof. Yong Zhao, Università del Kansas, competenza globale vuol dire possedere strumenti per comprendere la “natura dell’interconnessione e dell’interdipendenza dell’umanità nel mondo globale”. Mentre competenza digitale “è molto di più della capacità di utilizzare l’informatica, … è un insieme di conoscenze, abilità, capacità socio-emotive e di saggezza necessarie per vivere, imparare e lavorare nel mondo virtuale … il mondo virtuale è reale quanto il mondo fisico”. A questo proposito mi sembrano molto interessanti anche le indicazioni europee dei componenti chiave delle competenze digitali che DigComp 2.0 identifica in 5 aree: Information and data literacy; Communication and collaboration; Digital content creation; Safety; Problem solving. Prima le assumeremo come indicazioni che ci riguardano e meglio sarà.

  1. Curare le competenze sociali ed emozionali per recuperare l’humanitas

Insieme a questi nuovi contenuti si affaccia poi l’esigenza di curare un aspetto finora trascurato: il ruolo dell’apprendimento sociale ed emozionale nell’insegnamento di ogni disciplina. Si tratta di riscoprire l’esigenza di humanitas. Ci aiutano le scienze umane e in particolare le neuroscienze. Il prof. Anantha Duraiappah, ex Direttore UNESCO, ha indicato in quattro competenze la capacità umana di riconoscere e regolare le emozioni: 1. Empatia: capacità di capire l’altro a partire dalla sua prospettiva; 2. Mindfulness: consapevolezza, capacità di prestare attenzione all’esperienza del momento in modo non giudicante; 3. Compassione: capacità di agire positivamente per alleviare la sofferenza dell’altro; 4. Indagine Critica: continua capacità di mettere in discussione e valutare decisioni, azioni e cambiamenti comportamentali attraverso l’osservazione, l’esperienza, il pensiero, il ragionamento e il giudizio. Queste sono le prospettive che incalzano i nostri compiti, ciascuno nel proprio ruolo. Hic Rhodus, hic salta!

Credo che di elementi di riflessione ce ne siano a sufficienza per chiedere all’amministrazione centrale e periferica della scuola e alle amministrazioni locali di organizzare nei prossimi tre mesi, insieme alle scuole, un confronto pubblico sui temi che ho cercato di porre all’attenzione degli operatori e delle comunità, oltre che un lavoro previdente per un servizio all’altezza dei diritti di istruzione e di cittadinanza.