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Cenerini (ADI), Ddl confuso, ma i sindacati sbagliano…

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Intervista rilasciata dalla Presidente dell’ADI, Alessandra Cenerini, a Tuttoscuola
Si riporta all’interno la lunga intervista rilasciata dalla Presidente dell’ADI a Tuttoscuola, che ha toccato: 1) il giudizio sul DDL uscito dalla 7^ Commissione della Camera, 2) la questione del dirigente scolastico,3) il rapporto Governo-Sindacati, 4) la stabilizzazione dei precari, 5) i margini residui di miglioramento

Intervista rilasciata a Tuttoscuola 

Alessandra Cenerini, Presidente nazionale ADI, Associazione Docenti e Dirigenti scolatici Italiani, fa il punto sul Disegno di legge Buona Scuola con questa ampia intervista.

Che giudizio complessivo dà sul Disegno di legge apprestato dalla commissione Cultura e Istruzione della Camera?

ceneriniIl DDL manca di chiare priorità e ha il torto di aver fatto ruotare, in modo strumentale, gran parte della riforma attorno al precariato.

Sono rimasti in sospeso o relegati alle retoriche pedagogiche i nodi fondamentali:
– la rifondazione del ministero, da struttura amministrativo-burocratico-sindacale a centro  strategico del sistema;
– la riforma del profilo dell’insegnante, cioè un nuovo stato giuridico, che definisca anche con chiarezza i confini della contrattazione, che va assolutamente ridimensionata rispetto al passato;
– la riforma dei curricoli, a cominciare dalla scuola secondaria di 1° grado e dall’istruzione professionale e tecnica: nessuno si può illudere che aggiungendo altre materie (e altre competenze) o qualche simulacro di stage aziendale si possano contrastare veramente le derive dell’abbandono e della demotivazione degli studenti.

Uno dei punti più discussi (ed emendati rispetto alla stesura originale del Ddl) è quello che riguarda il dirigente scolastico. Le sembra che la soluzione adottata soddisfi l’esigenza di non farne un “uomo solo al comando” o finisca per impedirgli di gestire l’offerta formativa in modo davvero innovativo?

Le obiezioni del Sindacato non sono accettabili: che le scuole abbiano bisogno di un dirigente scolastico che sia una figura professionale con ampia autonomia decisionale è un’esigenza importante e condivisibile, ma era ed è fondamentale che si creino contestualmente tre condizioni: 1) si riformi complessivamente la governance dell’istituto scolastico autonomo; 2) si ridefinisca la  selezione e valutazione dei dirigenti ( si discute da almeno 15 anni di come valutare i capi di istituto, ma ancora nulla è stato fatto); 3) il dirigente non rimanga una figura sola al comando (caso unico in Europa). Quest’ultima condizione impone che da subito, anzichè rincorrere il merito individuale, si costruisca una carriera degli insegnanti, con passaggi regolati da prove selettive, in grado di premiare la competenza, l’impegno e l’assunzione di responsabilità educative e organizzative. L’aveva già previsto Berlinguer nella legge 59/97 istitutiva dell’autonomia scolastica… invece siamo rimasti fermi alla disponibilità e alla buona volontà dei “collaboratori”.

Il rapporto tra il Governo e i sindacati della scuola, prima e dopo lo sciopero del 5 maggio, è stato di forte conflittualità. Ritiene anche lei, come il ministro Boschi, che le riforme scolastiche non debbano necessariamente essere subordinate al consenso dei sindacati?

Detto così, non si può non essere d’accordo con il Ministro Boschi: il Governo deve sentire tutti e poi decidere, dato che ha la responsabilità  delle proprie scelte. In fondo il Sindacato è un’organizzazione di privati che risponde agli iscritti, non può quindi arrogarsi la rappresentanza privilegiata degli interessi generali, tanto meno per quanto riguarda la scuola. Questa prerogativa gli è stata delegata da un sistema politico e da un’amministrazione deboli e complici, che hanno lasciato che il Sindacato occupasse tutti gli spazi del sistema, dai vertici fino alla singola scuola… in una logica, questa sì, “aziendalistica”, ma di un’azienda statale.

Ma la prova di forza del Sindacato è stata  insidiosa, e ampiamente prevedibile: più che i contenuti (ancora confusi) del DDL valgono le azioni e le provocazioni del Governo: la fine della contrattazione, gli aumenti retributivi ope legis, la riduzione dei distacchi, ecc. tutto questo senza aver posto chiaramente sul tavolo la questione di fondo: ritiene il Governo che si debba sostituire l’attuale contratto con un nuovo stato giuridico? E’ pronto, in quell’ambito, a definire quali sono gli spazi residui della contrattazione, sopprimendo anche le RSU? Se la sente di ridisegnare gli organi di rappresentanza professionale?

Se questa è la scelta lo dica chiaramente, e si impegni a conquistarsi il consenso anche tra gli insegnanti.

La convince la soluzione adottata per la stabilizzazione del personale precario? E’ stata sufficientemente salvaguardata la posizione dei docenti più qualificati?

La soluzione adottata non è convincente non solo perché si ispira alla sciagurata tradizione iniziata dalla legge 270 del 1982 che istituì la Dotazione organica aggiuntiva (Doa, 85.000 insegnanti in esubero) e che finì dopo pochi anni con un nuovo affollamento delle graduatorie, ma perché non raggiunge gli scopi promessi: il superamento del precariato ( ci saranno ancora supplenti), la chiusura delle Gae, la selezioni dei migliori ( il mitico concorso nazionale resta uno strumento vecchio e inefficiente), oltre ad alimentare le frustrazioni della massa degli esclusi: i Tar avranno un grosso lavoro da smaltire.

Resta l’obiezione più pertinente: il Governo invece di chiedersi di quali insegnanti ha bisogno la scuola è partito dall’idea di come fare a sistemare i precari fino ad assegnarli d’ufficio alle scuole: una buona parte finirà per sostituire i colleghi assenti.

Ci sono margini per migliorare il testo in aula alla Camera e/o al Senato? Quali punti considererebbe prioritari?

Dai primi segnali, e visti gli emendamenti, c’è il fondato rischio  che le cose peggiorino, come del resto è sempre avvenuto almeno dal 1993 (il disegno di legge Ciampi-Iervolino sull’autonomia). L’aver coperto tutto lo scibile didattico-pedagogico-organizzativo-amministrativo e gestionale in un solo strumento legislativo opaco, utilizzando la sistemazione dei precari come specchietto per le allodole, senza una seria elaborazione e un approfondimento tecnico, non fa che  risvegliare i peggiori istinti della demagogia e del populismo dei politici.

Per chi ha buona memoria gli esempi abbondano. Ciò nonostante l’ADI continuerà ad avanzare, presso tutte le sedi, proposte di modifica e integrazione.