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DI NUOVO SU PISA: LA QUESTIONE SCOTTANTE DELLA CAMPIONATURA

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Di fronte a perentorie affermazioni giornalistiche secondo cui a fare precipitare gli studenti italiani in fondo alle classifiche sarebbero le scuole private, N. Bottani analizza il problema ed evidenzia falle nella campionatura dei quindicenni italiani.

Le scuole paritarie hanno davvero abbassato la media del punteggio italiano?

di Norberto Bottani

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Questo è il mio terzo intervento sull’indagine PISA, dopo il primo che anticipava i risultati, abbastanza azzeccati  tranne la sorpresa Shanghai (ma non si sapeva nemmeno, al di fuori della cerchia degli addetti ai lavori, che la città era stata coinvolta nell’indagine) e il secondo di presentazione dei risultati italiani.

Sento il dovere di ritornare sulla questione per un problema serio apparso nel frattempo, ossia quello della composizione del campione degli studenti italiani, che dovrebbe rappresentare tutti i quindicenni italiani.

Lo spunto per intervenire nasce da un articolo di Salvo Intravaia pubblicato il 10 dicembre scorso su  La Repubblica intitolato « Nella scuola pubblica si impara di più. L’Italia in basso per colpa delle private» nel quale il giornalista usa i risultati italiani dell’indagine PISA per difendere la validità della scuola statale e squalificare le scuole paritarie.

A questo articolo hanno risposto Giorgio Vittadini e Luisa Ribolzi con un articolo apparso il 13 dicembre 2010 sul Sussidario.net  intitolato «Le paritarie abbassano il livello ? È solo un’idea (falsa) di Repubblica»

In aggiunta a questi due articoli, si può dire che la pubblicazione dei risultati dell’indagine PISA, che ha suscitato molto interesse nel mondo, ha anche generato perplessità tra alcuni specialisti e osservatori delle scienze dell’educazione, perché taluni risultati sono sorprendenti se comparati con quelli di indagini precedenti oppure con altri della stessa indagine nello stesso sistema scolastico. In particolare in Italia hanno suscitato perplessità alcune oscillazioni di risultati da una rilevazione all’altra in alcune regioni visto che in soli tre anni non sembrano esserci stati cambiamenti tali da giustificare queste variazioni. E’ quindi opportuno ritornare sulla questione per porre in particolare sul tappeto il tema della campionatura.

[stextbox id=”warning” image=”null”]La costruzione del campione rappresentativo per l’indagine PISA[/stextbox]

Nell’indagne PISA non si somministrano i test e i questionari a tutto l’universo degli studenti quindicenni, ma solo a un campione rappresentativo, ossia a un insieme di studenti selezionati secondo appositi criteri in grado di rappresentare tutta la fascia di età considerata.

Da sempre, ossia sin dal 2000, il campione italiano degli studenti quindicenni pone alcuni problemi. Chi conosce il sistema scolastico italiano e le modalità di scelta della composizione del campione PISA ha dubbi sulla validità di tale campione e ha ragione di ritenere che non sia adeguamento rappresentativo di tutti i quindicenni italiani e di tutti i tipi di istruzione e formazione secondaria di secondo grado.

[stextbox id=”warning” image=”null”]I criteri di campionatura[/stextbox]

Esiste un problema OCSE : per essere comparabili tra loro, i punteggi dei vari sistemi scolastici che partecipano all’indagine PISA dovrebbero provenire da una campionatura dei quindicenni rigorosamente omogenea fra i vari Paesi. Nonostante la cura prestata dall’OCSE-PISA alla campionatura, sussistono numerosi indizi che indicano la presenza di sbavature nei campioni di quindicenni dei vari sistemi scolastici coinvolti nell’indagine. Ciò significherebbe che i punteggi degli studenti iscritti nei vari sistemi scolastici non sono tra loro perfettamente comparabili. Quale sia il margine di errore indotto da queste sbavature non è dato sapere. In ogni modo i dubbi ci sono e questi vanno controllati e verificati.

La costruzione di un campione rappresentativo di una popolazione è questione molto delicata. La riprova è data dalla grande attenzione riservata a questa questione ipertecnica da tutti coloro che svolgono sondaggi.

La campionatura della popolazione scolastica presuppone l’esistenza di un’accurata anagrafe degli studenti, aspetto problematico in Italia, dove si stanno solo ora muovendo i primi passi in questa direzione. Occorre inoltre prevedere l’intervento di specialisti della costruzione dei campioni rappresentativi di tutta popolazione oggetto di indagine. Questa è infatti un’operazione statistica che esige determinate conoscenze che non tutti posseggono. Infine, nelle indagini internazionali comparate, occorre la supervisione di arbitri neutri che verifichino se i campioni dei vari sistemi scolastici rispettano i criteri assegnati per garantire la comparabilità dei vari campioni di popolazione e la conseguente esattezza dei calcoli.

Va da sé che se i campioni di popolazione che partecipano ad una indagine non sono tra loro comparabili, la comparazione perde di senso.

[stextbox id=”warning” image=”null”]L’articolo di La Repubblica[/stextbox]

Nell’articolo pubblicato da la Repubblica  il 10 dicembre scorso si sostiene che «a fare precipitare  gli studenti italiani in fondo alle classifiche internazionali sono proprio gli istituti non statali».

Quest’affermazione merita di essere verificata in tre modi:

  1. precisando cosa si intende per istituti non statali;
  2. verificando se la tipologia usata dai responsabili dell’indagine PISA per classificare gli istituti scolastici ( ossia la terminologia internazionale) è diversa da quella usata in Italia e se la portata semantica dei concetti utilizzati non è identica. Nella terminologia internazionale usata dall’OCSE si distingue la scuola pubblica dalla scuola privata e questa è a sua volta suddivisa in due categorie, come indicato di seguito;
  3. esaminando come è composto il campione di quindicenni italiani.

Notiamo che nell’articolo di Repubblica non si usa la terminologia della classificazione OCSE. Possiamo supporre che si siano assimilati gli istituti non statali alle scuole private della classificazione OCSE, senza tenere conto però che  in queste ultime esistono due gruppi di scuole private per cui sarebbe bene precisare a quale dei due gruppi appartengono gli istituti non statali italiani.

Ma vediamo più in dettaglio

[stextbox id=”warning” image=”null”]Classificazione dell’OCSE: scuola pubblica e due tipologie di scuola privata[/stextbox]

 

Spagna: scuola privata cattolica sovvenzionata dallo Stato
Spagna: scuola privata cattolica sovvenzionata dallo Stato

L’OCSE distingue innanzitutto la scuola pubblica dalla scuola privata.
E la scuola privata in due diversi gruppi:

  1. Scuole private che ricevono  dal governo il 50% o più dei fondi necessari al loro funzionamento (Government dependent private schools)
  2. Scuole private che ricevono meno del 50%  di finanziamenti (Government-independent private schools).

Le definizioni sono esposte nel volume «School factors related to quality and equity. Results from pisa 2000, OECD Paris 2005»

I dettagli della distribuzione dei quindicenni tra i vari tipi di scuola dei sistemi scolastici inclusi nell’indagine PISA si trovano nel volume IV, «PISA 2009 Results: What Makes a School Successful? Resources, policies and practices, OECD, Paris 2010», che fa parte della serie di documenti resi pubblici il 7 dicembre u.s. insieme alla presentazione dei dati dell’indagine PISA 2009.

Inghilterra: scuola privata non sovvenzionata dallo Stato
Inghilterra: scuola privata non sovvenzionata dallo Stato

Le modalità di classificazione delle scuole nel campione 2009 saranno invece specificate nel rapporto tecnico dell’indagine 2009 in corso di pubblicazione.
Conoscendo il modo di funzionare dell’OCSE possiamo ritenere che la classificazione usata nel 2009 sia identica a quella del 2000, che abbiamo sopra riportato, senza tema di essere smentiti (del resto queste definizioni erano già utilizzate nel calcolo degli indicatori internazionali della scuola nei paesi dell’OCSE usciti tra il 1992 e il 1995). Questo è confermato peraltro dalla  nota 10 a pagina 59 del capitolo secondo del volume quarto della serie PISA 2009.

Riassumendo, il campione PISA come definito dall’OCSE contiene :

  1. studenti delle scuole pubbliche, direttamente amministrate da un’autorità pubblica,
  2. studenti di due tipologie di scuole private:
    a) le scuole private dipendenti dallo Stato ossia prevalentemente finanziate con fondi pubblici (questo per esempio è il caso di molte scuole private cattoliche in Francia, in Spagna, nei Paesi Bassi),
    b) scuole private indipendenti dallo Stato, che ricevono meno del 50% di fondi pubblici, è questo il caso delle scuole paritarie in Italia, anche se non sono più definite private a seguito della legge 62/2000;

Altro problema: da quanti anni gli alunni campionati frequentano la scuola privata?

Nelle regole per la campionatura fornite dai responsabili dell’indagine Pisa non si precisa per quanti anni gli studenti quindicenni abbiano frequentato la scuola privata o la scuola pubblica. L’indagine PISA non si interessa degli antecedenti scolastici degli studenti. Quindi è possibile che uno studente quindicenne iscritto al 1° anno di una scuola secondaria superiore privata abbia fatto tutto il precedente percorso della scuola elementare e media in una scuola pubblica. Per il momento non è possibile operare una distinzione in funzione di questa variabile che comunque non è irrilevante rispetto all’interpretazione dei punteggi conseguiti nel test PISA (Si veda la sezione «Reporting student data» nel vol. IV già citato,pag 23 della sintesi).

[stextbox id=”warning” image=”null”]Il giudizio dell’OCSE sull’incidenza delle scuole private sui punteggi[/stextbox]

Le scuole private, in genere, secondo l’OCSE, non abbassano la media dei punteggi nei test. Non c’è differenza tra scuole pubbliche e scuole private.

L’OCSE ha prodotto analisi dettagliate su tale questione con i dati dei sistemi scolastici nei quali la scuola privata occupa un posto ben più rilevante che in Italia.

Ecco quanto afferma l’OCSE commentando i risultati dell’indagine PISA 2009 :

Dopo avere tenuto conto dei profili socio-economici e demografici degli studenti che frequentano le scuole private e delle stesse scuole private presenti nei sistemi scolastici dell’OCSE si constata che i risultati sono simili a quelli degli studenti che frequentano le scuole pubbliche” (Vol IV della serie PISA 2009, sintesi pag. 14)

[stextbox id=”warning” image=”null”]La classificazione degli istituti in Italia: un rebus[/stextbox]

Quando si deve applicare la classificazione internazionale all’Italia occorre riconoscere che si è veramente in difficoltà.

In Italia per scuola pubblica si intende di norma la scuola statale, dipendente dal MIUR,  nonostante che dopo il varo della legge 62/2000 rientrino giuridicamente nell’ambito “pubblico” anche le scuole paritarie.

Ma assumiamo il sintagma  “ scuola pubblica” uguale  “scuola statale” e collochiamo le scuole paritarie nella classificazione OCSE di scuole private.

In questo caso però, nella classificazione scuole private non si collocano solo le scuole paritarie, ma anche i Centri di Formazione Professionale (CFP), che, come noto, non sono statali, ma dipendenti in gran parte dalle Regioni.

Ora la grandissima maggioranza di quindicenni italiani si trova nella categoria degli istituti statali, ma ci sono quindicenni anche nelle scuole paritarie, che offrono una  gamma completa di istruzione e formazione,  e ci sono quindicenni nei CFP regionali.

Ce ne sono anche, per quanto in misura molto ridotta, in scuole private vere e proprie, quelle cioè che non hanno ottenuto la parità, ma che  non vengono considerate.

[stextbox id=”warning” image=”null”]Italia: varianza nella media dei punteggi tra scuole paritarie, CFP e scuole statali[/stextbox]

Nell’articolo di Repubblica non si precisa se i punteggi sono bassi nella stessa proporzione per le due categorie di istituti non statali, scuole paritarie e CFP, oppure se una categoria ha peggiori risultati dell’altra.

L’articolo di Repubblica suggerisce soltanto che le medie dell’insieme delle scuole private, senza distinzione tra le due categorie, sono talmente disastrose da incidere negativamente sulla media nazionale, la quale invece sarebbe molto migliore in termini assoluti e in termini relativi, comparata alla media di altri sistemi scolastici, se non ci fossero gli istituti non statali.

Se si scandagliano i risultati italiani si scopre invece subito (si vedano le tabelle sottoriportate) che le medie delle due categorie di istituti non statali non sono affatto simili e che la media peggiore è quella dei CFP. Quindi, prima di affermare globalmente che gli istituti non statali inquinano la prestazione italiana, sarebbe opportuno effettuare questa distinzione.

La seconda obiezione riguarda i punteggi degli studenti degli istituti statali.

E’ ormai noto che questi punteggi si distribuiscono su una vasta scala: ci sono istituti eccellenti ed istituti pessimi. In genere, la media dei licei è migliore di quella delle altre scuole, ma anche tra i licei ci sono quelli buoni e quelli meno buoni.

Importa qui segnalare che ci sono istituti statali con punteggi simili a quelli dei CFP e che ci sono istituti paritari con punteggi superiori a quelli di certi istituti statali. In altri termini, i punteggi delle varie categorie di scuole si intrecciano.  Quest’analisi si può fare senza grandi difficoltà e probabilmente l’INVALSI l’ha già fatta.

 

L’OCSE pubblica una tabella di confronto dei punteggi conseguiti dai quindicenni nelle scuole pubbliche e nelle scuole private. Abbiamo ripreso la parte riguardante l’Italia, disarticolando i punteggi per categoria di scuola.
Si riportano le differenze nei punteggi conseguiti nel test di comprensione della lettura tra scuole private e scuole pubbliche (Vol.IV pag, 140)

Italia: Scuole pubbliche (statali)

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Si può supporre che le scuole pubbliche (terminologia OCSE) raggruppino in Italia gli studenti frequentanti le scuole statali

Italia: Scuole private dipendenti dal governo (presumibilmente i CFP) (Tab.IV.3.9 pag.224)

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Alla luce della percentuale degli iscritti in queste scuole si può supporre, in mancanza di smentite, che questa proporzione e questi punteggi rappresentino il risultato dei CFP. L’OCSE non fornisce la fonte di queste informazioni, si attendono conferme dall’INVALSI

Scuole private indipendenti dal governo (presumibilmente scuole paritarie)

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Si può supporre che le scuole private indipendenti dal governo siano in Italia le scuole paritarie, ma non abbiamo elementi a sufficienza per confermare questa supposizione se non la deduzione che si può trarre dalla percentuale degli iscritti.

Ciò che balza innanzitutto agli occhi è che la media in assoluto peggiore è quella dei CFP, nei quali si registra una differenza di 86 punti rispetto alle scuole statali, e  una differenza di 75 punti rispetto alle scuole paritarie.

[stextbox id=”warning” image=”null”]Italia: varianza nella media dei punteggi fra scuole paritarie e scuole statali e caratteristiche degli studenti delle scuole paritarie superiori[/stextbox]

STUDENTI DI LICEO PARITARIO
STUDENTI DI LICEO PARITARIO

La differenza nella media del punteggio nel test di comprensione della lettura fra scuole statali e scuole paritarie è, come si è visto, di 11 punti a vantaggio delle scuole statali (media scuole statali: 489 ; media scuole private indipendenti o scuole paritarie: 478).

Angela Martini (INVALSI) ritiene che concorrano a spiegare il risultato delle scuole paritarie le caratteristiche degli studenti che le frequentano, che sarebbero le seguenti:

1) status socio-economico-culturale più alto rispetto agli alunni delle corrispondenti scuole statali,   ma preparazione più bassa

2) genere in prevalenza maschile

In altre parole, sarebbero per lo più gli alunni di famiglia agiata (più maschi che femmine) che non vanno bene a scuola a frequentare in Italia le scuole secondarie superiori paritarie.

Martini deduce queste considerazioni dall’analisi specifica svolta sui punteggi degli studenti veneti nell’indagine PISA 2006 . Non entriamo nei dettagli dell’analisi svolta nella Regione Veneto, ci interessa qui la conclusione degli autori del Rapporto veneto.

“Questo dato e gli altri cui si è fatto sopra riferimento delineano un ruolo  dell’istruzione  non statale nel ciclo secondario superiore che  potremmo definire – fatte salve le debite eccezioni – di “ciambella di salvataggio” per gli studenti di famiglia agiata a rischio d’insuccessonella scuola pubblica. Tale situazione, che ha profonde  radici storiche e si ripete con maggiore o minore  intensità anche in altre regioni italiane, spiega perché  nel nostro paese, a differenza di quanto accade nella maggior parte dei paesi OCSE, la scuola privata ottenga risultati inferiori a quella  pubblica, con un divario che si allarga fino a diventare  statisticamente significativo  quando si tiene sotto controllo lo status  socio-economico-culturale degli alunni e delle scuole, come si può evincere dalla tabella 5.4, p. 166, del  Rapporto  Internazionale

Pertanto, alla luce di questi elementi, non si può affermare che le scuole paritarie siano di per sé una zavorra, ma sono piuttosto una componente organica del sistema scolastico italiano che risulterebbe mediocre nel suo complesso, perché mantiene basse le competenze in lettura di tutte le categorie di studenti.

Non vi è dubbio, comunque, che occorrano analisi più approfondite e altri dati per capire meglio questa situazione.

[stextbox id=”warning” image=”null”]Ragionevoli dubbi sulla presenza di falle nel campione italiano[/stextbox]

Alla luce di tutto quanto siamo venuti esponendo si può ragionevolmente pensare che il campione italiano PISA non rappresenti fedelmente la popolazione scolastica dei quindicenni, e che non sia quindi del tutto correttamente comparabile ai campioni di altri sistemi scolastici, nè compiutamente utilizzabile per valutare le prestazioni delle scuole private o meglio paritarie.

Vittadini e Ribolzi nel loro articolo sul Sussidario affermano che nel campione italiano PISA sono presenti 30 CFP e 31 scuole paritarie su 1062 scuole paritarie esistenti nel paese, ossia una percentuale pari al 2,9%, fra le quali si annoverano 21 licei su 426 (4,9%), 5 professionali su 225 (2,2%), 4 tecnici su 315 (1,3%). Poiché non disponiamo dei criteri rilasciati da PISA per la stratificazione del campione non possiamo dire se questa proporzione sia rappresentativa o meno,ossia se sia corretta per costruire un campione rappresentativo. Non lo sappiamo. Alla luce di questi dati temiamo però che non lo sia.
Una prova ulteriore della presenza in Italia di problemi legati alla costruzione del campione è offerta dalle tabelle PISA, volume IV, nelle quali per la maggior parte delle regioni (curiosamente designate nel volume OCSE come province), non ci sono cifre nelle rubriche riguardanti scuole private e scuole pubbliche, ma si ritrova il simbolo «c» che significa non disponibilità di un numero sufficiente di dati.

 

In una comunicazione personale ricevuta da Angela Martini (INVALSI) si esprimono preoccupazioni di fronte alle grandi oscillazioni di punteggi italiani tra un ciclo e l’altro di Pisa. Angela Martini osserva:

“Per quanto riguarda il Nord, rispetto alla precedente rilevazione, il Nord-Est perde tutto il suo vantaggio del 2006 a favore del Nord-ovest. In particolare la Lombardia, che nel 2006 era scesa di circa 30 punti rispetto al risultato ottenuto precedentemente nel 2003, recupera alla grande divenendo la prima regione in Italia. Sinceramente sbalzi di questo genere da una rilevazione all’altra mi sembrano eccessivi (o forse PISA è un termometro sensibilissimo alle variazioni dell’economia ?). Io sostengo dall’inizio che a mio parere ci sono dei problemi – a dire il vero non imputabili all’OCSE – per quanto riguarda uno dei criteri di stratificazione del campione in Italia, quello che fa riferimento alla tipologia di scuola (licei, istituti tecnici, ecc.). Sotto la dicitura “licei” oramai c’è di tutto, per cui, a seconda che nel grappolo di scuole che li rappresentano nel campione entri un numero più o meno alto di studenti di questo o quell’indirizzo – niente affatto uguali tra loro per il tipo di popolazione reclutata – i risultati non possono non risentirne”.

[stextbox id=”warning” image=”null”]Osservazione conclusiva[/stextbox]

Gli elementi a nostra disposizione e che abbiamo fin qui indicato avallano i dubbi sul campione italiano utilizzato nell’indagine Pisa.

Molte indicazioni suggeriscono che il campione non sia del tutto corretto e non sia sufficientemente rappresentativo né della popolazione dei quindicenni italiani né della tipologia di scuole esistenti sul territorio nazionale.

Pertanto, le comparazioni tra i punteggi italiani e i punteggi conseguiti dai quindicenni di altri sistemi scolastici vanno fatte con estrema cautela ; a maggior ragione, i confronti interni ai vari tipi di scuole italiane meritano un’oculata prudenza in mancanza di informazioni precise sui criteri di stratificazione utilizzati per costruire il campione scolastico dell’indagine Pisa.

Affermazioni perentorie e ad effetto come quelle fatte nell’articolo di Repubblica, senza prove, senza verifiche, sono il frutto di un atteggiamento ideologico lontanissimo da quello che ispira l’indagine Pisa.