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La buona Scuola Un commento fuori dal coro

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di Norberto Bottani  [stextbox id=”info” mright=”200″ image=”null”]Premessa[/stextbox] Fin qui mi sono frenato e non ho scritto nessun commento sul DDL riguardante la scuola approvato con il voto di fiducia dal Senato. Confesso che non ho letto con attenzione il maxiemendamento. Sono del tutto incapace di leggere una prosa del genere. All’inizio stentavo a capire, proprio […]

di Norberto Bottani

 [stextbox id=”info” mright=”200″ image=”null”]Premessa[/stextbox]

Norberto BottaniFin qui mi sono frenato e non ho scritto nessun commento sul DDL riguardante la scuola approvato con il voto di fiducia dal Senato. Confesso che non ho letto con attenzione il maxiemendamento. Sono del tutto incapace di leggere una prosa del genere. All’inizio stentavo a capire, proprio come scrisse Luisa Ribolzi in un articolo sul Sussidiario.

Ammetto anche di essere impressionato dal dibattito sul DDL nei social network. Grande passione; amici che esprimono opinioni contrapposte. Cerco dunque di capire e non è facile. Del resto mi capita la stessa cosa con la riforma della scuola media (Collége) sul tappeto in Francia. Sia in Francia sia in Italia si sono organizzate manifestazioni di protesta, giornate di sciopero che hanno coinvolto professori, studenti, sindacalisti. Siccome non vivo in Italia per me è arduo rendermi conto dell’ampiezza e del significato della protesta italiana che, a prima vista, mi sembra più forte di quella francese. Ormai sono ben consapevole che è facile manipolare le masse, spostarle, proporre slogan da urlare nelle piazze e nelle strade, per cui non è affatto semplice distinguere le ragioni sostanziali da quelle prettamente polemiche.

 [stextbox id=”info” mright=”100″ image=”null”]Cambierà qualcosa o nulla come con l’autonomia incompiuta?[/stextbox]

autonomia incompiutaNon mi pronuncio sulla bontà del DDL italiano, nel quale si trova di tutto. Nel sistema italiano si alimentano scontri verbali e ideologici a iosa ma si passa raramente al livello pratico. Ho letto in un post su Facebook che non succederà nulla dopo il voto della legge perché ci sarà il solito ricorso al TAR e il TAR bloccherà tutto, per cui temo che il cancan fatto finora contro il DDL non sia altro che un triste rituale.

Ciò successe in un altro modo già alla fine degli anni 90 con il decreto sull’autonomia scolastica, allora di gran moda a livello internazionale. Il DPR italiano era molto progressista, era uno dei più avanzati al mondo, tanto da dare l’illusione che il decreto sull’autonomia scolastica potesse trasformare il sistema scolastico italiano in un sistema all’ avanguardia nel mondo pedagogico. Invece risultò un bluff. Erano parole, intenzioni lodevoli, prive di qualsiasi operatività. Si votò l’autonomia senza chiedersi come procedere. Nessuna riflessione, nessuno stanziamento, nessuna verifica. Questo è il bello del mondo scolastico italiano ma si potrebbe estrapolare la considerazione per svariati altri campi. Mi si potrà obiettare che invece qualcosa fu fatto, che l’INDIRE ha monitorato le iniziative. Poca cosa però. Nessuna strategia di sistema. Ci si accontentò di proclamare l’autonomia , di fare bella figura sul piano internazionale dove del resto più nessuno crede alle dichiarazioni che provengono dall’Italia, almeno in materia scolastica. Di situazioni del genere è zeppa la storia recente dell’istruzione scolastica in Italia.

Quante volte mi è capitato in questi ultimi decenni di sentirmi ridicolo di fronte a colleghi italiani ai quali esponevo obiezioni e critiche. Gli interlocutori diventavano un fiume in piena; mi subissavano di citazioni e teorie, mi rimproveravano di non conoscere affatto le strepitose iniziative scolastiche italiane. Di fronte a tanta sicumera e arroganza non mi restava che tacere e svignarmela.

 [stextbox id=”info” mright=”100″ image=”null”]Il Giano Bifronte del sistema scolastico italiano[/stextbox]

Giano BifronteNon c’è nessun dubbio in merito: il sistema scolastico italiano nel suo insieme non va bene. Ci sono montagne di prove oggettive che lo dimostrano. Quindi lo si deve cambiare e deve in primo luogo essere modificata la concezione del servizio scolastico, la sua organizzazione. Da dove iniziare? Quali sono i punti critici e i provvedimenti da adottare? Le scelte dipendono dai punti di riferimento che si prendono in considerazione.

Dal punto di vista politico il sistema scolastico italiano non è un caso a parte, una realtà isolata dagli altri sistemi scolastici europei. Il sistema scolastico italiano, per quanto originale possa sembrare, non è originale, è modellato come gli altri sistemi scolastici, ha adottato le stesse caratteristiche che contraddistinguono i sistemi scolastici realizzati da altre comunità nazionali. In altri termini il sistema scolastico italiano non possiede aspetti specifici che non ci sarebbero in altri sistemi scolastici. Quindi le tendenze di fondo manifeste sul piano internazionale potrebbero servire come punto di riferimento per la politica scolastica italiana.

Dal punto di vista pedagogico invece l’analisi potrebbe essere diversa. Gli schemi di funzionamento, le aspirazioni del personale scolastico, le rivendicazioni degli studenti e degli insegnanti rivelano la presenza di una tendenza molto forte verso un modello di istruzione scolastica non autoritario, partecipativo, condiviso tra le varie componenti sociali che si occupano dell’istruzione. Questa caratteristica ha prodotto negli anni scorsi e produce tuttora rivendicazioni e realizzazioni interessanti che pero’ cozzano contro un quadro rigido, contro strutture del servizio scolastico obsolete, che resistono contro imposizioni di modelli d’istruzione estranei e coltivano invece il rimpianto per un andamento scolastico antiquato e nostalgico. Da questo punto di vista esistono all’interno del sistema scolastico italiano aspetti molto innovativi che non sono all’ordine del giorno in altri sistemi scolastici. Resta però un’amara constatazione: il risultato è mediocre, i punti di fragilità del sistema sono numerosissimi, nonostante la presenza di esperienze davvero interessanti, di presidi e insegnanti creativi e ingegnosi, di studenti brillanti.

L’apparato amministrativo della scuola italiana è molto forte e impedisce la transizione verso un servizio scolastico d’avanguardia.

La cultura pedagogica italiana è prevalentemente filosofica e non è empirica, ossia sperimentale e scientifica. Questa caratteristica permea il pensiero pedagogico della stragrande maggioranza delle persone che si occupano di scuola. Mancano banche dati efficienti, informazioni pertinenti sulle caratteristiche del sistema scolastico. Per esempio nel DDL appena votato si propone di organizzare un concorso per l’assunzione di 60.000 insegnanti. Sulla base di quali analisi questa cifra viene formulata? Non si sa. Una cultura empirica non consentirebbe annunci del genere. A quest’ora ci sarebbe già una politica del personale insegnante che invece in Italia è ancora di là da venire come lo dimostra l’assenza di informazioni essenziali per impostarla.

[stextbox id=”info” mright=”100″ image=”null”]Alcuni punti da chiarire[/stextbox]

[stextbox id=”grey” image=”null”]Alcuni punti da chiarire[/stextbox]

Scuola statale e non statale:

Scuola statale e non stataleLa scuola statale non è la sola componente del servizio d’istruzione, non si identifica con la scuola pubblica. In Italia esiste una pronunciata ostilità al servizio d’istruzione fornito da settori non statali. Orbene, le scuole “non statali” non sono identificabili soltanto con le scuole cattoliche e i diplomifici, risultante di un sistema d’istruzione zoppicante e di una cultura nominalista, fondata sul pezzo di carta che sancisce la formazione.

La valutazione:

La valutazioneDi valutazione non si parla nel DDL, ma la valutazione delle scuole e dei risultati scolastici intesi in senso lato e non solo come un insieme di conoscenze o di competenze acquisite a scuola è un fattore cruciale dell’autonomia, della rendicontazione.

La valutazione non è oggettiva: lo sanno tutti ma ciò non distoglie dall’impegno di raccogliere e produrre prove il più possibile obiettive sulle prestazioni delle scuole, sugli apprendimenti. L’opposizione alla valutazione non ha senso e impedisce lo sviluppo della buona scuola.

La decentralizzazione:

La decentralizzazioneLa decentralizzazione è un altro punto dolente, ma non se ne parla nel DDL.

La maggioranza dei sistemi scolastici è decentralizzata.

Il sistema scolastico italiano è iper-centralizzato e tutto induce a ritenere che questa formula non sia molto compatibile con una buona scuola.

I precari:

I precari sono un male italiano, frutto dell’indecorosa speculazione politica e sindacale sul personale insegnante. I precariNon ne parlo perché in un sistema con buone scuole non ci sono precari. Inoltre il sistema scolastico italiano è quello con la percentuale maggiore di personale ATA (mi riferisco in particolare ai “bidelli”). Il sistema scolastico italiano è un bacino di impiego gestito da notabili e da politici professionisti che manipolano il voto di migliaia di persone con un posto di lavoro nella scuola. Anche questo aspetto è una manifestazione di una cultura non empirica che impregna il mondo politico e quello della scuola.

I presidi:

Presidi non dirigenti. Se le parole hanno un senso si deve accantonare quella di dirigente. Il preside della buona scuola non è un capoccia, non si occupa di tutto. E’ invece un ottimo gestore dell’istruzione, un manager dell’istruzione. Questo profilo è da specificare.

Presidi non dirigentiCosa significa essere un manager dell’istruzione? Come lo si diventa? Ci sono molti lavori internazionali sui presidi. Anni fa fui interpellato in Italia per svolgere una consulenza sulla formazione e la valutazione dei presidi. Da allora in poi non è capitato nulla e nella polemica in corso sulla buona scuola si mette alla gogna il concetto di superdirigenti. Questa è un’altra invenzione prettamente italica. Si sa con prove alla mano che se una scuola va male la responsabilità maggiore è del preside che va cambiato in tutta fretta. Si sa pure che la soddisfazione personale degli insegnanti che si danno la pena di impegnarsi a fondo non per il proprio ego ma per essere contenti di se stessi, di quel che riescono e possono fare nell’istituto in cui si trovano dipende molto dalla personalità del preside. Se il preside è conciliante e amichevole con gli insegnanti, se li tratta come colleghi o come collaboratori, se condivide con gli insegnanti le principali decisioni riguardanti il funzionamento e l’organizzazione dell’istituto, si otterranno risultati migliori nella scuola, il clima scolastico sarà piacevole. Con una solidarietà maggiore, si ottengono risultati migliori.

Il valore del gioco

Il valore del giocoLa scuola del futuro sarà una scuola del tutto diversa da quella odierna non solo per gli spazi architettonici che saranno strutturati in altro modo e nemmeno per la presenza di apparecchiature elettroniche. Sarà diversa perché le modalità di apprendimento saranno diverse, il sapere scolastico avrà un’altra configurazione, i contenuti dell’insegnamento non saranno quelli stabiliti nei programmi in vigore e non saranno più disciplinari secondo un canone che risale al medioevo e che ha origini religiose. Il fattore cruciale dell’apprendimento sarà il gioco perché è giocando che si apprende. Questa non è un’affermazione provocatoria. Il passaggio verso un insegnamento ludico è in corso. Il traghetto purtroppo va male perché si pasticcia alquanto nelle scuole, ma è in questa direzione che si sta andando. L’importanza del gioco implica una formazione diversa dei candidati all’insegnamento e una cura particolare alla formazione e al sostegno degli insegnanti in servizio. Probabilmente nelle scuole appariranno nuove figure professionali al posto dell’attuale personale ATA. Bisogna essere pronti ad accettare un ribaltamento di prospettiva, a rinunciare al controllo burocratico della vita scolastica. La buona scuola sarà un’altra cosa che comincia a delinearsi oppure il servizio scolastico statale scomparirà integralmente perché non avrà più senso così come è ora.

La buona scuola è … gioco

La buona scuola e'.... giocoLa buona scuola è un luogo in cui si apprende giocando, in cui si gioca, dove si va a giocare quando se ne ha voglia. Giocare non è solo sinonimo di divertimento. Da anni la psicologia dell’apprendimento ha indicato che l’apprendimento migliore avviene giocando, che il gioco è la via maestra del cervello per apprendere, che perfino i principi etici si acquisiscono e si radicano con il gioco. Giocare non è un lusso ma una necessità. Tutto ciò va preso sul serio ed è proprio perché non lo si prende sul serio che la scuola odierna in transizione verso una scuola postmoderna è nei pasticci. Infatti un luogo riservato all’apprendimento giocando è un luogo necessariamente speciale, retto da regole e da codici propri. Alcuni si sono diffusi tra il corpo insegnante e il disastro succede quando quest’approccio lo si pratica in un quadro obsoleto costituito di regole che configurano la scuola-caserma, la scuola-ospedale, la scuola-prigione. I criteri della nuova scuola non combaciano con i principi del servizio scolastico ottocentesco. Va da sé che spesso l’applicazione di una didattica impostata sul gioco va capita correttamente, ma questo è un altro problema che però si deve riconoscere. Molti insegnanti, armati di buona volontà, sposano le nuove teorie senza capirle ed anche questa subitanea conversione causa disastri.

Ci si può chiedere a giusta ragione se vale la pena cambiare e se il santo vale la candela. La mia risposta è affermativa. Si deve correre il rischio, avere coraggio, tentare, ma occorre dotarsi dei mezzi e delle risorse necessarie per tentare. Quando l’OCSE dice che la buona scuola implica una dose massiccia di novità e di cambiamenti ha ragione anche se non specifica di quali novità si tratti.

La comparazione con i risultati scolastici del passato non ha senso

La comparazione con i risultati scolastici del passato non ha sensoNella nuova scuola si apprende tanto quanto hanno appreso i più bravi studenti della scuola tradizionale, per esempio gli studenti che imparavano il latino e il greco oppure la minoranza che superava un esame di maturità esigente, difficile? Si e no. Nella “buona scuola” qui tratteggiata è possibile che si apprenderà di meno. In ogni modo si apprenderanno altre cose.

Il confronto tra quanto sapevano i diplomati dei vari ordini di scuola di 100 anni fa e quanto imparano invece a scuola gli studenti e gli alunni che la frequentano adesso non ha senso. Un secolo fa al traguardo del diploma giungeva una minoranza selezionata; non è più il caso oggigiorno, anche se la maggioranza che giunge alla fine del ciclo d’istruzione secondaria è tuttora una minoranza sociale. Quando all’esame di maturità si presentava il 5% della fascia di età corrispondente all’età legale per presentarsi all’esame le condizioni d’apprendimento, i programmi scolastici erano del tutto diversi da quelli in vigore adesso con una proporzione del 50%, 60%, 80% di studenti della fascia d’età che si presentano agli esami.

Il DDL sulla buona scuola non cambia la scuola, ritocca l’esistente

Il DdL sulla buona scuola non cambia la scuolaNel DDL sulla buona scuola non c’è nulla di tutto ciò. Gli oppositori al DDL non si sognano nemmeno di citare questi aspetti. Il DDL non è un documento sulla buona scuola, è una riforma che ritocca la scuola odierna, che ne corregge i difetti più vistosi che restaura un sistema dominato dai sindacati, con tutti i pregi e i difetti di questa impostazione. Il DDL in questo senso è timoroso, non ha una, alla fine, propone di restaurare un sistema scolastico obsoleto. Forse e senza forse la politica non poteva fare diversamente.

La buona scuola in ogni modo presto o tardi si imporrà e sarà la fine della scuola burocratica, degli apparati scolastici che la gestiscono con una mentalità da funzionari.

[stextbox id=”download”]Testo del maxiemendamento approvato dal Senato il 25-06-2015,  Riforma del sistema nazionale di istruzione e formazione e delega per il riordino delle disposizioni legislative vigenti.[/stextbox]