ADI PER LA RIAPERTURA DELLE SCUOLE, DOPO IL PIANO SCUOLA E ALTRO

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1) Dalla bozza al Piano Scuola e altro

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Il 26 giugno la Conferenza Unificata ha reso parere favorevole, pur se condizionato. Acquisito detto parere, è stato emesso il DM contenente il Piano Scuola 2020-2021. Documento per la pianificazione delle attività scolastiche, educative e formative in tutte le Istituzioni del sistema nazionale di Istruzione. Nel darne informazione in conferenza stampa la Ministra, alla presenza e con l’intervento del Presidente del Consiglio, ha annunciato il reperimento di altre risorse finanziare (un altro miliardo, pare) e di personale (in adempimento delle condizioni inserite nel parere della Conferenza Unificata) e ha infine annunciato l’attribuzione di un riconoscimento economico per il personale.

Tutto ciò non ha però evitato la riproduzione di diffuse critiche al Piano Scuola, anche perché il testo approvato con il D.M. si discosta di poco dalla bozza originariamente pubblicizzata e duramente contestata. Invero, le novità riguardano soprattutto gli altri aspetti, il finanziamento e l’incremento del personale.

Sono passate quasi quattro settimane. Nel frattempo si è avuta notizia che il decreto sulla semplificazione prevede, in aiuto al Ministero, il coinvolgimento del “Commissario straordinario per l’attuazione e il coordinamento delle misure occorrenti per il contenimento e il contrasto dell’emergenza epidemiologica Covid-19”, in particolare per la provvista degli arredi e altro. A ciò si aggiunge che il Presidente del Consiglio ritiene necessario procedere con tutta probabilità a una proroga della dichiarazione dello stato di emergenza fino a dicembre. Infine, si comincia a pensare a test sierologici per circa (sembra) due milioni di persone.

2) Una situazione sempre più complessa e grave

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Il quadro delineato dai fatti e dalle misure adottate o in corso di adozione sembra essere più complesso e più grave di quanto verrebbe da desumere dalle dichiarazioni di intenti, dalle promesse e da quanto altro abbiamo sentito.

Naturalmente, bisogna intendersi. Ciò può dirsi se si ritiene che il problema da affrontare sia la riapertura delle scuole a queste condizioni:

  1. almeno a settembre, e magari più verso l’inizio che verso la fine, e a settembre mancano meno di due mesi;
  2. in ragionevoli e credibili condizioni capaci di assicurare nel modo migliore la sicurezza (sanitaria, che è comunque esigenza prioritaria, con o senza Covid-19) e ben oltre (il benessere degli studenti);
  3. e in altrettanto ragionevoli e credibili condizioni capaci di assicurare nel modo migliore l’effettivo perseguimento degli apprendimenti, nei limiti di quanto consentito dall’evoluzione della situazione.

3) “Riaprire”: semplice a dirsi … adi44

“Riaprire” certamente vuol dire il reperimento almeno del minimo di risorse necessarie, ma non basta affatto per ottenere (pur con i limiti delle condizioni di contesto) i risultati sopra elencati, a cominciare dal benessere degli alunni.

Occorre, infatti, in rapida (e incompleta) sintesi:

  • rivedere i piani di studio e i contenuti;
  • inventare forme di recupero degli apprendimenti non acquisiti in questo anno;
  • rivedere i tempi e gli strumenti per la didattica;
  • acquisire spazi (spazi minimamente appropriati, lasciando perdere musei e teatri…);
  • rivedere modi e tempi di erogazione dell’insegnamento/apprendimento, ivi compresi il calendario, l’orario e i servizi connessi;
  • personalizzare l’attività didattica,
  • integrare l’attività in presenza e l’attività a distanza;
  • digitalizzare,
  • garantire il possesso degli strumenti necessari (computer e quanto altro) a tutti gli allievi;
  • affrontare e assumere, nei confronti degli altri e di se stessi, responsabilità ulteriori e non eludibili.

4)  … difficile a farsi (l’emergenza costringe a fare i conti con le questioni della “normalità”)

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Tutto ciò deve prendere forma e concretezza in tempi brevissimi, con estrema urgenza, in pendenza della variabile dell’andamento dell’epidemia e degli eventuali conseguenti mutamenti di contesto e in una situazione di risorse materiali (denaro, beni, personale), che sono e saranno comunque inferiori a quel che sarebbe auspicabile.

Non solo. Come notato (L. Ribolzi) “il concetto di emergenza” intesa come “ «una particolare condizione di cose, momento critico, che richiede un intervento immediato» …non è applicabile alla scuola, in quanto non si tratta di un «momento» critico, se non per la contingenza legata alla pandemia, ….che non può far passare in secondo piano la situazione di pesante sottovalutazione del sistema formativo che è purtroppo una costante nella politica italiana”.

Insomma, gli ostacoli più consistenti sono in primo luogo costituiti dalle questioni che hanno causa non nell’emergenza ma che si radicano in quella “normalità” su cui si è innestata l’emergenza e che l’emergenza rende più evidenti e pressanti. E quando parliamo di “normalità” abbiamo in mente anche situazioni come quella descritta nella Premessa del Documento CTS del 28 maggio u.s. a cui rinvia il citato Piano Scuola: “la scuola è il contesto in cui ad ogni bambino viene data la possibilità di crescere e svilupparsi in modo ottimale; ancora oggi nel nostro Paese si registrano disuguaglianze che coinvolgono i bambini… In Italia dei 9.700.000 soggetti in età compreso tra 0 e 18 anni, 1.600.000 sono in condizioni di povertà. Inoltre circa 1.000.000 di soggetti in età evolutiva hanno necessità assistenziali complesse, tra questi il 20% circa con problemi neuropsichiatrici. La scuola è un contesto fondamentale dove queste difficoltà possono essere accompagnate e quanto possibile colmate”.

5) Di necessità virtù, ma le decisioni adottate non sono di grande aiuto. Che cosa serve

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A fronte di quanto accennato, le indicazioni e le decisioni fin qui assunte dal Piano Scuola continuano ad essere deludenti: ci si rimette all’autonomia degli Istituti, che dovranno fare di necessità virtù e si invita a valorizzare il D.P.R n. 275/1999.

Ma, con ciò, si trascura – come l’esperienza ha dimostrato – che l’autonomia degli Istituti non dipende solo da ciò che le norme enunciano sotto quella etichetta (le più o meno generiche definizioni o elencazioni di compiti e di ambiti), dipende soprattutto dal contesto in cui sono inseriti. Non si può pretendere che essi realizzino la missione per cui hanno ricevuto dignità di amministrazione autonoma costituzionalmente garantita se non si adottano certe misure, misure che valgono innanzitutto per la normalità e che sono ancor più indispensabili per fronteggiare le emergenze, e segnatamente è necessario che:

  • si fissino limiti (pochi, significativi, chiari e quanto al merito essenziali) in punto di contenuti, di dimensionamento, di orari, di livelli delle prestazioni, di tipologie di professionalità riconoscibili;
  • si modifichi lo stato giuridico del personale: livelli intermedi, flessibilità, tipologia delle competenze acquisibili, diversità di incarichi, diversità di impegno, diversità di retribuzione, tipologie contrattuali molteplici, poteri di reclutamento e di gestione del personale;
  • si prenda atto in modo netto e chiaro (e non con le sole enunciazioni del cit. D.P.R. n. 275/1999, peraltro precedente rispetto alla modifica costituzionale sull’autonomia scolastica) che gli Istituti scolastici sono un’amministrazione scolastica autonoma (con propria distinta anima e fisionomia) e non amministrazione scolastica ministeriale, e che debbono avere molti più poteri e funzioni (se, come ora sembrerebbe, si vogliono davvero autonomi);
  • si immetta quell’autonomia al centro di un rapporto sistematicamente coerente e coerentemente connesso con lo Stato, con le Regioni, con gli enti locali e con il territorio;
  • si provveda a completare quell’assetto del sistema “repubblicano” di istruzione e di istruzione e formazione professionale voluto dall’art. 117, che esige un’estesa ed effettiva decentralizzazione; le conferenze, i tavoli, ecc. non bastano (anzi, in mancanza di un certo contesto, rischiano di essere inutili, se non dispersivi);
  • si potenzino (questo sì a livello statale) un sistema centrale di indirizzo (gli obiettivi: essenziali, chiari e verificabili) e un sistema di valutazione-controllo (Invalsi e servizi ispettivi realmente incisivi), che sono indispensabili per il governo e il buon andamento del servizio e (anche) per togliere un facile argomento (costituito dalla loro assenza) per non procedere sulla via dell’autonomia scolastica.

6) Per qualche passo in avanti … e anche per aiutare lo Stato ad aiutarsi

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Problemi annosi e di fondo quelli richiamati. E’ impossibile pensare e pretendere che siano risolti di colpo, per di più in una situazione sfavorevole. Ma si può intraprendere o riprendere il cammino. Non tutto è negativo, vi è anche del positivo.

  1. Il primo punto è il fatto che con quei temi si entrerà comunque in contatto e in conflitto, per forza di cose (perché il ruolo degli Istituti è oggettivamente decisivo); si dovrà dunque agire, nell’immediato e usando ciò che vi è, in termini di concrete attuazioni, di atti di gestione del personale, di iniziative, ecc.
  2. Il secondo è che si dovranno infittire, inventare e praticare rapporti adeguati e produttivi fra gli Istituti e le altre amministrazioni, il che dovrebbe, nei fatti e non solo con le parole, accrescere l’autorevolezza e il ruolo degli Istituti.
  3. Il terzo, contrariamente a diffuse correnti rappresentazioni (forse troppo condizionate da situazioni e speranze di un’altra epoca), è che l’ Amministrazione statale non è in grado – questo stiamo vedendo – di far fronte ai problemi dell’ istruzione. D’altra parte la Repubblica e non l’Amministrazione statale è il titolare del servizio e il responsabile dell’adempimento del diritto all’educazione e all’istruzione dei membri della comunità. E della Repubblica fanno parte Regioni e enti locali territoriali (art. 114 cost.). Non possiamo ricordarli solo in occasione delle calamità, quando non si sa come fare.
  4. Il quarto riguarda le L’impressione è, per il passato, che le Regioni, per un verso e in gran numero, non siano state adeguatamente sensibili e attive nel pretendere l’attuazione del Titolo V, e, per un altro verso e in piccola parte, negli ultimissimi anni, che abbiano preso iniziative che, se non soppesate e misurate, possono essere controproducenti. Oggi si deve prendere atto che le Regioni, nella vicenda (almeno da quanto desumibile dal parere della Conferenza unificata, vedi § 1), si sono fatte sentire: hanno costretto lo Stato a reperire altre risorse. Benissimo. Ma non basta, come si è detto. Il Piano Scuola meritava e merita anche ulteriori considerazioni, visto che riproduce in gran parte, come segnalato, una bozza generalmente criticata nel dibattito pubblico. E, d’altra parte, anch’esse sono divenute (gradito o sgradito che sia) protagoniste essenziali. Oggi, dunque, a maggior ragione, si può chiedere innanzitutto alle Regioni, oltre l’aspetto delle risorse, un contributo reale e più incisivo su tutti i piani: la risoluzione dei problemi concreti, piccoli o grandi; la rivendicazione di nuovi assetti normativi; il riconoscimento convinto, coerente e fattivo della centralità degli Istituti scolastici.

In conclusione:

fra tutti, aiutiamo lo Stato ad …aiutarsi, affinché faccia e si concentri su ciò che deve fare e consenta agli altri di fare quel che più e meglio (si presume e si spera) potranno fare.

 

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