Yuval Noah Harari: il mondo dopo il coronavirus

Articolo tratto dal Financial Times del 20 marzo 2020 - Traduzione italiana di Andrea Marzuoli

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Le fotografie che accompagnano questo articolo sono tratte da webcam che si affacciano sulle deserte strade d’Italia, trovate e manipolate da Graziano Panfili, un fotografo che vive in lock down.

La tempesta passerà, ma le scelte che facciamo adesso cambieranno le nostre vite negli anni a venire

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L’umanità sta affrontando una crisi globale. Forse la più grande crisi della nostra generazione. Le decisioni prese da persone e governi nelle prossime settimane probabilmente daranno forma al mondo per gli anni a venire. Modelleranno non solo i nostri sistemi sanitari ma anche la nostra economia, la nostra politica e la nostra cultura. Dobbiamo agire rapidamente e con decisione. Dovremmo anche prendere in considerazione le conseguenze a lungo termine delle nostre azioni. Quando ci troviamo di fronte ad alternative tra cui scegliere, dobbiamo chiederci non solo come superare la minaccia immediata, ma anche che tipo di mondo abiteremo una volta superata la tempesta. Sì, la tempesta passerà, l’umanità sopravviverà, la maggior parte di noi sarà ancora viva, ma abiteremo in un mondo diverso.

Molte misure di emergenza a breve termine diventeranno un appuntamento fisso della vita. Questa è la natura delle emergenze, avanzano rapidamente oltre i processi storici. Decisioni che in tempi normali potrebbero richiedere anni sono state prese in poche ore. Tecnologie in fase iniziale e persino pericolose vengono adesso adottate, perché il rischio di non fare nulla è maggiore.

Interi Paesi fanno da cavie per esperimenti sociali su larga scala. Che succede quando tutti lavorano da casa e comunicano solo a distanza? Che succede quando intere scuole e università lavorano online? In tempi normali, governi, imprese ed istituti scolastici non accetterebbero mai di condurre tali esperimenti. Ma questi non sono tempi normali. In questo momento di crisi, affrontiamo due scelte particolarmente importanti.

  • La prima è tra sorveglianza totalitaria e responsabilizzazione dei cittadini.
  • La seconda è tra isolamento nazionalista e solidarietà globale.

 Sorveglianza “sotto-la-pelle”

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Per fermare l’epidemia, intere popolazioni devono rispettare alcune linee guida. Ci sono due modi fondamentali per raggiungere questo obiettivo. Un metodo è quello in base al quale i governi monitorano le persone e puniscono coloro che infrangono le regole. Oggi, per la prima volta nella storia umana, la tecnologia consente di monitorare tutti continuamente. Cinquant’anni fa il KGB non poteva seguire 240 milioni di cittadini sovietici 24 ore al giorno, né il KGB poteva sperare di elaborare tutte le informazioni raccolte in modo efficace. Il KGB si basava su agenti e analisti umani e semplicemente non poteva mettere un agente a seguire ogni cittadino. Ma ora i governi possono fare affidamento su sensori onnipresenti e potenti algoritmi al posto delle spie in carne e ossa.

Nella battaglia contro l’epidemia del coronavirus diversi governi hanno già schierato nuovi strumenti di sorveglianza. Il caso più notevole è la Cina. Monitorando attentamente gli smartphone, facendo uso di centinaia di milioni di fotocamere con riconoscimento facciale e obbligando le persone a controllare e riferire la temperatura corporea e le condizioni mediche, le autorità cinesi non solo possono identificare rapidamente i sospetti coronavirus, ma anche tenere traccia dei loro movimenti e identificare chiunque con cui sono entrati in contatto. Una gamma di app su dispositivi mobili avvisano i cittadini della loro vicinanza a persone infette.

Questo tipo di tecnologia non si limita all’Asia orientale. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha recentemente autorizzato l’Agenzia Israeliana della Sicurezza a implementare la tecnologia di sorveglianza, normalmente riservata alla lotta contro i terroristi, per rintracciare i pazienti con coronavirus. Quando una sottocommissione parlamentare ha rifiutato di autorizzare la misura, Netanyahu l’ha imposta attraverso un “decreto di emergenza”.

Si potrebbe sostenere che non c’è nulla di nuovo in tutto questo. Negli ultimi anni i governi e le aziende hanno utilizzato tecnologie sempre più sofisticate per tracciare, monitorare e manipolare le persone. Tuttavia, se non stiamo attenti, l’epidemia potrebbe comunque segnare un importante spartiacque nella storia della sorveglianza. Non solo perché potrebbe normalizzare il dispiegamento di strumenti di sorveglianza di massa in Paesi che finora li hanno respinti, ma ancora di più perché significa una drammatica transizione da sorveglianza “sopra la pelle” a “sotto la pelle”.

Fino a questo momento, quando il dito toccava lo schermo dello smartphone e faceva clic su un collegamento, il governo voleva sapere su cosa stava esattamente facendo clic il dito. Ma con il coronavirus, l’interesse si sposta: ora il governo vuole sapere la temperatura del dito e la pressione sanguigna sotto la pelle.

Il budino in tempo di emergenza

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Uno dei problemi che incontriamo nell’elaborare la nostra posizione sulla sorveglianza è che nessuno di noi sa esattamente come veniamo sorvegliati e a cosa tutto questo può portare nei prossimi anni. La tecnologia per la sorveglianza si sta sviluppando a ritmo serrato, e ciò che sembrava fantascienza 10 anni fa oggi è già obsoleto. A mo’ di esperimento mentale, considerate un ipotetico governo che richieda che ogni cittadino indossi un braccialetto biometrico che controlli temperatura e frequenza cardiaca 24 ore su 24 e che i risultati vengano raccolti e analizzati da algoritmi governativi. Se sei malato, gli algoritmi lo sapranno prima di te e sapranno anche dove sei stato e chi hai incontrato. La catena dell’infezione potrebbe essere drasticamente accorciata e addirittura completamente interrotta. Un sistema siffatto potrebbe probabilmente fermare l’epidemia in pochi giorni. Sembra meraviglioso, vero?

Il rovescio della medaglia è, ovviamente, che ciò darebbe legittimità ad un nuovo e terrificante sistema di sorveglianza. Se, ad esempio, sanno che ho fatto clic su un collegamento Fox News anziché su un collegamento CNN, ciò può dire molto sulle mie opinioni politiche e forse anche sulla mia personalità.

Ma se riesci a monitorare cosa succede alla mia temperatura corporea, pressione sanguigna e cuore mentre guardo il video clip, puoi imparare cosa mi fa ridere, cosa mi fa piangere, e ciò che mi rende davvero, davvero arrabbiato.

È fondamentale ricordare che rabbia, gioia, noia e amore sono solo fenomeni biologici come febbre e tosse. La stessa tecnologia che identifica la tosse potrebbe anche identificare le risate. Se le aziende e i governi iniziano a raccogliere i nostri dati biometrici in massa, possono conoscerci molto meglio di quanto noi conosciamo noi stessi, e quindi non possono solo prevedere i nostri sentimenti, ma anche manipolare i nostri sentimenti e venderci tutto ciò che vogliono – che si tratti di un prodotto o un’idea politica. Il monitoraggio biometrico renderebbe i dati di Cambridge (Analytica) e le attuali tattiche di hacking roba da età della pietra. Immaginate la Corea del Nord nel 2030, quando ogni cittadino dovrà indossare un braccialetto biometrico 24 ore su 24. Se ascolti il discorso del Grande Leader e il braccialetto raccoglie segni rivelatori di rabbia è la fine.

Naturalmente, si potrebbe fare in modo che la sorveglianza biometrica sia una misura temporanea, assunta durante uno stato di emergenza. Sparirebbe una volta terminata l’emergenza. Ma le misure temporanee hanno la brutta abitudine di sopravvivere alle emergenze, specialmente perché all’orizzonte c’è sempre una nuova emergenza in agguato. Il mio Paese d’origine, Israele, ad esempio, dichiarò lo stato di emergenza durante la Guerra d’indipendenza del 1948, che giustificò una serie di misure temporanee, dalla censura della stampa alla confisca delle terre, e a speciali regole per la produzione dei budini (non vi sto prendendo in giro). La guerra d’indipendenza è stata vinta, ma Israele non ha mai dichiarato la fine dell’emergenza e non è riuscito ad abolire molte delle misure “temporanee” del 1948 (il decreto sul “budino in tempo di emergenza” fu misericordiosamente abolito solo nel 2011).

Anche quando le infezioni da coronavirus saranno a zero, alcuni governi avidi di dati potrebbero obiettare di dover mantenere i sistemi di sorveglianza biometrica in atto perché temono una seconda ondata di coronavirus o perché si sta evolvendo una nuova varietà di Ebola in Africa centrale, o perché… ho dato l’idea!

Una grande battaglia si è scatenata negli ultimi anni sulla nostra privacy. La crisi del coronavirus potrebbe essere il punto di svolta di questa battaglia. Quando le persone possono scegliere tra privacy e salute, di solito scelgono la salute.

Il sapone e la polizia

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Chiedere alle persone di scegliere tra privacy e salute è, in effetti, la radice stessa del problema. Perché questa è una scelta falsa. Possiamo e dobbiamo godere sia della privacy che della salute. Possiamo scegliere di proteggere la nostra salute e fermare l’epidemia di coronavirus non istituendo regimi di sorveglianza totalitaria, ma piuttosto valorizzando i cittadini. Nelle ultime settimane, alcuni degli sforzi più riusciti per contenere l’epidemia di coronavirus sono stati orchestrati da Corea del Sud, Taiwan e Singapore. Anche se questi Paesi hanno fatto un certo uso delle applicazioni di tracciamento, hanno comunque fatto molto più affidamento su test approfonditi, su rapporti onesti, e sulla volontaria cooperazione di un pubblico ben informato.

Il monitoraggio centralizzato e le dure punizioni non sono l’unico modo per far rispettare alle persone le giuste linee guida. Quando le persone vengono informate dei fatti scientifici e quando si fidano delle autorità pubbliche, i cittadini possono fare la cosa giusta anche senza un Grande Fratello che gli guardi le spalle. Una popolazione auto-motivata e ben informata è di solito molto più potente ed efficace di una popolazione controllata e ignorante.

Considerate, ad esempio, il lavarsi le mani col sapone. Questo è stato uno dei più grandi progressi di sempre nell’igiene umana. Questa semplice azione salva milioni di vite ogni anno. Mentre lo diamo per scontato, è stato solo nel 19° secolo che gli scienziati hanno scoperto l’importanza di lavarsi le mani col sapone. In precedenza, anche i medici e le infermiere procedevano da un intervento chirurgico all’altro senza lavarsi le mani. Oggi miliardi di persone ogni giorno si lavano le mani, non perché hanno paura della “polizia che controlli l’uso del sapone”, ma piuttosto perché comprendono i fatti. Mi lavo le mani con il sapone perché ho sentito parlare di virus e batteri, capisco che questi piccoli organismi causano malattie e so che quel sapone può rimuoverli.

Ma per raggiungere un tale livello di informazione e cooperazione, c’è bisogno di fiducia. Le persone hanno bisogno di fidarsi della scienza, fidarsi delle autorità pubbliche e fidarsi dei media. Negli ultimi anni, politici irresponsabili hanno deliberatamente minato la fiducia nella scienza, nelle autorità pubbliche e nei media. Ora questi stessi politici irresponsabili potrebbero essere tentati di prendere la strada maestra dell’autoritarismo, sostenendo che non ci si può fidare del pubblico per fare le cose giuste.

Normalmente, la fiducia erosa in anni e anni non può essere ricostruita dall’oggi al domani. Ma questi sono tempi non normali. In un momento di crisi, anche le menti possono cambiare rapidamente. Puoi litigare con i tuoi fratelli per anni, ma quando si verifica qualche emergenza, improvvisamente scopri una riserva nascosta di fiducia e amicizia e ti affretti ad aiutarli. Invece di costruire un regime di sorveglianza, non è troppo tardi per ricostruire la fiducia delle persone nella scienza, nelle pubbliche autorità e nei media. Dovremmo sicuramente utilizzare anche le nuove tecnologie, ma queste tecnologie dovrebbero dare potere ai cittadini. Sono a favore del monitoraggio della temperatura e della pressione sanguigna, ma questi dati non dovrebbero essere usati per creare un governo onnipotente. Piuttosto, quei dati dovrebbero permettermi di fare scelte personali più informate, e anche di ritenere il governo responsabile delle sue decisioni.

Se potessi monitorare le mie condizioni mediche 24 ore su 24, saprei non solo se sono diventato un pericolo per la salute di altre persone, ma anche quali abitudini contribuiscono al mio benessere. E se potessi accedere e analizzare statistiche affidabili sulla diffusione del coronavirus, sarei in grado di giudicare se il governo mi sta dicendo la verità e se sta adottando le giuste politiche per combattere l’epidemia. Ogni volta che si parla di sorveglianza, ricordatevi che la stessa tecnologia di sorveglianza di solito non può essere utilizzata solo dai governi per monitorare gli individui – ma anche dagli individui per monitorare i governi.

L’epidemia del coronavirus è quindi un importante test di cittadinanza. Nei giorni a venire, ciascuno di noi dovrebbe scegliere di fidarsi dei dati scientifici e degli esperti sanitari invece che di infondate teorie della cospirazione e di politici egoisti. Se non riusciamo a fare la scelta giusta, potremmo ritrovarci a firmare la rinuncia alle nostre più preziose libertà, pensando che questa sia l’unica via per salvaguardare la nostra salute.

Abbiamo bisogno di un piano globale

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La seconda scelta importante che affrontiamo è tra l’isolamento nazionalista e la solidarietà globale. Sia l’epidemia stessa che la seguente crisi economica sono problemi globali e possono essere risolti efficacemente solo attraverso la cooperazione globale.

Innanzitutto, per sconfiggere il virus dobbiamo condividere le informazioni a livello globale. Questo è il grande vantaggio degli umani rispetto ai virus. Un coronavirus in Cina e un coronavirus negli Stati Uniti non possono scambiarsi consigli su come infettare l’uomo. Ma la Cina può dare agli Stati Uniti molte preziose lezioni sul coronavirus e su come affrontarlo. Ciò che un medico italiano scopre a Milano la mattina, presto potrebbe salvare la vita di qualcuno a Teheran la sera. Mentre il governo del Regno Unito esita tra diverse politiche, può ottenere consigli dai Coreani che hanno già affrontato un dilemma simile un mese prima. Ma affinché ciò accada, abbiamo bisogno di uno spirito di cooperazione e fiducia globale.

Nei giorni a venire, ognuno di noi dovrebbe scegliere di fidarsi dei dati scientifici e dell’assistenza sanitaria, e non di esperti su teorie della cospirazione infondate e di politici egoisti. I Paesi dovrebbero essere disposti a condividere le informazioni apertamente e umilmente chiedere consiglio, inoltre dovrebbero fidarsi dei dati e delle intuizioni che ricevono.

Abbiamo anche bisogno di uno sforzo globale per produrre e distribuire apparecchiature mediche, in particolare kit di test e macchine respiratorie. Invece di cerca di farlo ogni Paese per conto proprio e di mettere assieme qualsiasi attrezzatura si riesca a recuperare, un uno sforzo globale coordinato potrebbe accelerare notevolmente la produzione e garantire la salvezza di molta gente. Proprio come i Paesi nazionalizzano le industrie chiave durante la guerra, la guerra umana contro il coronavirus potrebbe richiedere di “umanizzare” le cruciali linee di produzione. Un Paese ricco con pochi casi di coronavirus dovrebbe essere disposto a inviare attrezzature preziose a un Paese più povero con molti casi di infezione, confidando che se e quando avrà bisogno, altri Paesi verranno in suo aiuto.

Potremmo prendere in considerazione un simile sforzo globale per riunire il personale medico. Paesi attualmente meno colpiti potrebbero inviare il personale medico nelle regioni più colpite del mondo, entrambe allo scopo di aiutarli nell’ora del bisogno e per acquisire una preziosa esperienza.

La cooperazione globale è di vitale importanza anche sul fronte economico. Data la natura globale dell’economia e delle catene di approvvigionamento, se ogni governo fa tutto per sé, ignorando gli altri, il risultato sarà il caos e una crisi sempre più profonda. Abbiamo bisogno di un globale piano d’azione e ne abbiamo bisogno in fretta.

Un altro requisito è raggiungere un accordo globale sui viaggi. Sospendere tutti i viaggi internazionali per mesi causerà enormi difficoltà e ostacolerà la guerra contro il coronavirus. I Paesi devono cooperare per consentire almeno un minimo di viaggiatori essenziali che continuino ad attraversare le frontiere: scienziati, medici, giornalisti, politici, uomini d’affari. Questo può essere fatto raggiungendo un accordo globale sul pre-screening dei viaggiatori da parte del loro Paese di origine. Se si sa che quei viaggiatori attentamente pre-esaminati hanno avuto il permesso per un determinato volo aereo, si sarà più disposto ad accettarli nel proprio Paese.

Sfortunatamente, attualmente i Paesi non fanno quasi nessuna di queste cose. Una paralisi collettiva ha attanagliato la comunità internazionale. Ci si sarebbe aspettati di vedere già settimane fa un incontro di emergenza dei leader globali elaborare un piano d’azione comune. I leader del G7 sono riusciti a organizzare una videoconferenza solo questa settimana e non ha prodotto alcun piano di questo tipo.

Nelle precedenti crisi globali – come la crisi finanziaria del 2008 e l’epidemia di Ebola del 2014 – gli Stati Uniti hanno assunto il ruolo di leader globale. Ma l’attuale amministrazione americana ha abdicato alla leadership. Ha chiarito molto bene che gli importa molto più della grandezza dell’America che del futuro dell’umanità.

Questa amministrazione ha abbandonato anche i suoi più stretti alleati. Quando ha vietato tutti i viaggi dalla UE, non si è preoccupata di dare all’UE un preavviso, figuriamoci di consultare l’UE riguardo a questa drastica misura. Ha scandalizzato la Germania offrendo presumibilmente 1 miliardo a una società farmaceutica tedesca per acquisire il monopolio su un vaccino per il Covid-19.

Anche se l’attuale amministrazione alla fine cambierà rotta e uscirò un piano d’azione globale, pochi saranno disposti a seguire un leader che non si assume mai le responsabilità, che mai ammette errori e che si prende regolarmente tutto il merito lasciando l‘intera colpa agli altri.

Se il vuoto lasciato dagli Stati Uniti non è riempito da altri Paesi, non solo sarà molto più difficile fermare l’attuale epidemia, ma il suo retaggio continuerà ad avvelenare le relazioni internazionali per gli anni a venire. Eppure ogni crisi è anche un’opportunità. Dobbiamo sperare che l’attuale epidemia aiuti il genere umano a comprendere il grave pericolo rappresentato dalla divisione globale.

L’umanità ha bisogno di fare una scelta. Percorreremo la via della divisione o adotteremo la strada della solidarietà globale? Se sceglieremo la divisione, non solo si prolungherà la crisi, ma probabilmente si avranno catastrofi ancora peggiori in futuro. Se sceglieremo la solidarietà globale, sarà una vittoria non solo contro il coronavirus, ma anche contro tutte le future epidemie e le crisi che potrebbero assalire l’umanità nel 21° secolo.

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