UE 2019- RELAZIONE  DI MONITORAGGIO SU ISTRUZIONE E  FORMAZIONE

4nLa Commissione Europea ha recentemente pubblicato la relazione di monitoraggio del settore dell’istruzione e della formazione 2019. Vi figurano 28 relazioni sui singoli Paesi, tra cui, ovviamente, l’Italia.

La relazione prende le mosse dai dati quantitativi e qualitativi più aggiornati per presentare e valutare le principali misure programmatiche recenti e in corso di realizzazione in ciascuno Stato membro dell’UE.

La relazione è suddivisa in 8 sezioni:

  1. la sezione 1 presenta una panoramica statistica dei principali indicatori per l’istruzione e la formazione;
  2. la sezione 2 si sofferma brevemente sui punti di forza e sulle problematiche principali del sistema di istruzione e formazione a livello nazionale;
  3. la sezione 3 è incentrata sugli insegnanti e sulle sfide poste dal settore dell’insegnamento;
  4. la sezione 4 esamina gli investimenti nell’istruzione e nella formazione;
  5. la sezione 5 considera le politiche volte a modernizzare l’educazione della prima infanzia e l’istruzione scolastica;
  6. la sezione 6 analizza le misure intese a modernizzare l’istruzione superiore;
  7. la sezione 7 riguarda l’istruzione e la formazione professionale,
  8. la sezione 8 è dedicata all’apprendimento degli adulti.

LA RELAZIONE SULL’ITALIA

La relazione sull’Italia è una delle più aggiornate fra le varie analisi prodotte a livello nazionale e internazionale e in molti casi prospetta, in modo implicito o esplicito, le soluzioni.
Di tutta la relazione scegliamo qui di mettere in evidenza solo alcuni dati che sono centrali per qualsiasi strategia di riforma, ma la cui soluzione è ancora drammaticamente lontana.

1) insegnanti

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  • “Le procedure di selezione e assunzione degli insegnanti sono state modificate ripetutamente nell’ultimo decennio, ma finora non sono riuscite a garantire un’offerta sicura di insegnanti qualificati.” Meno male che si evidenzia questa questione, che è drammatica nel nostro sistema di istruzione, e che è destinata a peggiorare, poiché, come ricorda il Rapporto, la legge finanziaria 2019 ha abolito il sistema FIT introdotto dalla “Buona Scuola” (L.107/2015) e ha ripristinato i concorsi pubblici a gestione centralizzata aperti a tutti i laureati, eliminando la formazione degli insegnanti della scuola secondaria.
  • Le limitate prospettive di carriera, unite a stipendi relativamente bassi rispetto a quelli di altre professioni altamente qualificate, rendono difficile attrarre i laureati più qualificati.” Finalmente in un Rapporto non si fa solo riferimento alle basse retribuzioni degli insegnanti, ma anche alla mancanza di carriera. Ci fa piacere, lo sosteniamo da 20 anni!
  • E ancora si dice che, caso unico in Europa, per raggiungere il massimo dello stipendio ci vogliono 35 anni rispetto alla media OCSE di 25. Anche su questo quante volte siamo intervenuti!
  • Infine, dulcis in fundo, si sottolinea che gli stipendi degli insegnanti sono inferiori alla media OCSE in tutte le fasi della carriera.

2) Investimenti

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Quando si affronta il tema degli investimenti ci si ferma di solito al primo dato eclatante: “La spesa pubblica per l’istruzione, sia in percentuale del PIL che in percentuale della spesa pubblica totale, è tra le più basse dell’UE”. E quindi ci si limita a rivendicare maggiori investimenti.
Ma il Rapporto mette giustamente in evidenza le gravi sperequazioni negli investimenti e allora bisogna mettere in fila i dati e a trarne le dovute conseguenze:

  • la quota di PIL assegnata alla scuola dell’infanzia e all’istruzione primaria e secondaria è sostanzialmente in linea con gli standard dell’UE,
  • mentre la spesa per l’istruzione terziaria è la più bassa dell’UE,
  • gli stipendi degli insegnanti sono inferiori alla media OCSE in tutte le fasi della carriera,
  • ma la percentuale di spesa per l’istruzione destinata alle retribuzioni del personale è tra le più elevate dell’UE.

Di fronte a questi dati non ci si può più esimere dal chiedersi:

  1. Ha senso continuare a rivendicare in modo del tutto indifferenziato più investimenti per l’istruzione?
  2. Ha senso continuare a chiedere aumenti di organico, quando le retribuzioni degli insegnanti sono fra le più basse, ma la spesa del personale è tra le più elevate d’Europa?

Come ADi siamo da sempre convinti che se non affronteremo in termini seri la questione della razionalizzazione della spesa (che comporta innovare e migliorare profondamente l’organizzazione scolastica), qualsiasi aumento degli investimenti sarà destinato a non incidere sull’efficacia del nostro sistema istruzione.

3) Modernizzare l’istruzione e la formazione professionale

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In questo paragrafo si evidenzia che nel 2017 il 55,3% degli studenti di istruzione secondaria di 2° grado era iscritto a programmi professionali, al di sopra della media UE del 47,8 %17. Nel 2018 il livello di occupabilità dei neodiplomati IFP è leggermente aumentato, raggiungendo il 53,9 % rispetto al 50,8 % del 2017, ma è ancora notevolmente al di sotto della media UE del 79,5% nel 2018.

Ora nel Rapporto si tace, come sempre avviene, sul fatto che dal 2007 l’istruzione professionale statale è di fatto scomparsa omologandosi all’istruzione tecnica, con possibilità di impartire qualifiche solo in regime di sussidiarietà con la formazione professionale regionale. Non c’è nessuna indicazione sulla necessità di superamento di questa anomalia italiana dell’ innaturale, inefficace e dispersiva divisione fra istruzione professionale statale e istruzione e formazione professionale regionale.

L’altro problema irrisolto in Italia, chela relazione mette giustamente inevidenza, è il mancato sviluppo dell’apprendistato.

4) Istruzione terziaria non accademica: ITS e nuovi corsi di laurea professionalizzanti

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E’ noto che l’Italia è uno dei Paesi con la più bassa offerta di istruzione terziaria professionalizzante non accademica, una dannosa carenza che ha gravi ripercussioni sull’occupabilità.

  • La Relazione indica che Il governo sta adottando misure per espandere il settore terziario non accademico”, ma sottolinea che, con circa 13 400 studenti, gli Istituti Tecnici Superiori, ITS, restano comunque un fenomeno di nicchia.
  • A partire dal 2018/2019, nelle università italiane è in corso di sperimentazione un nuovo tipo di lauree professionalizzanti. Sono stati avviati 14 corsi di laurea triennale in altrettante università, per un totale di 700 posti. L’obiettivo è formare figure professionali specializzate in ingegneria, edilizia e ambiente, energia e trasporti, in stretta collaborazione con le associazioni professionali. I corsi dovrebbero essere strutturati sul modello della Fachhochschüle tedesca e consistono in due anni di studi accademici più un anno di apprendimento basato sul lavoro. Secondo la Relazione le nuove lauree professionalizzanti rappresentano un passo in avanti positivo verso la creazione di un settore dell’istruzione terziaria non accademica, di cui l’Italia è carente.

Siamo, anche in questo caso, come per l’istruzione professionale secondaria, in presenza di duplicati che indeboliscono l’intero settore. Che senso ha, ci chiediamo, mantenere due tipologie di istruzione terziaria professionalizzante entrambe asfittiche? Da un lato gli ITS dipendenti dalle Regioni, nulla più di una nicchia, dall’altro le ridottissime sperimentazioni di lauree triennali professionalizzanti, dipendenti dalle università.
Se ne scelga una e ci si impegni a svilupparla almeno al livello della media europea.

5) Autonomia regionale differenziata

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La Relazione affronta anche il tema dell’autonomia regionale differenziata in materia di istruzione. E’ la prima volta che questo tema compare per l’Italia in un Rapporto internazionale.
Si dice cheTra il governo e tre regioni del Nord sono in corso negoziati per un accordo che decentrerebbe la responsabilità di alcuni servizi pubblici, compresa l’istruzione. Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna hanno richiesto la piena responsabilità per una serie di funzioni attualmente coordinate dal governo centrale, compresa l’istruzione.”
Si manifesta poi la preoccupazione che tale autonomia “possa esacerbare il divario tra Nord e Sud nell’istruzione”. E si aggiunge che “Una questione chiave sarà il finanziamento: alle regioni che godono dell’autonomia verrebbe assegnato un costo standard per alunno dal bilancio centrale moltiplicato per la popolazione interessata, ma tale bilancio standard per alunno non è ancora stato fissato.”

La posizione di ADi è stata ripetutamente manifestata (si veda Scuola e autonomia regionale differenziata: un bene, un male?) ed è di appoggio alla decentralizzazione regionale, anche differenziata, purchè valorizzi l’autonomia delle scuole, e siano contestualmente varati i livelli essenziali delle prestazioni, LEP, oggi inesistenti, nonché un nuovo, leggero, stato giuridico degli insegnanti.

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